Pessano con Bornago (Milano), 7 dicembre 2017 - "Negligenza, imprudenza, imperizia": una condanna con rito abbreviato e due patteggiamenti per omicidio colposo, più tre rinvii a giudizio per la morte nel cantiere Teem. Aveva solo 21 anni Klodian Elezi, carpentiere di origine albanese, di Chiari, nel Bresciano, quando morì precipitando da un’altezza di quasi dieci metri, mentre lavorava a un cavalcavia nei cantieri Teem di Pessano con Bornago. Era il primo pomeriggio dell’11 aprile del 2015. E ieri i primi pronunciamenti del Tribunale. Un anno e 8 mesi di carcere con rito abbreviato per il legale rappresentante della Iron Master srl, la subappaltatrice delle opere in quel cantiere; due patteggiamenti rispettivamente a 1 anno e 4 mesi e 1 anno e 2 mesi per dirigente e geometra di Vezzola srl, l’azienda affidataria dei lavori; e tre rinvii a giudizio, due a carico delle società e uno a carico del legale rappresentante di Vezzola.

Il dibattimento è fissato per il 6 febbraio, davanti alla nona sezione penale del Tribunale. Klodian Elezi morì in un aprile di lavori ininterrotti e convulsi: la fine dei lavori autostradali a rotta di collo, l’inaugurazione di Expo 2015 ormai alle porte. Cronoprogramma serrato, rispetto delle regole e della vita zero. Secondo le indagini il ragazzo precipitò da un ponteggio privo di parapetti. Finì a terra, fra la polvere di cantiere e i sassi. E sono sassi le parole del giudice: "Le due società avrebbero tratto vantaggio e risparmiato denaro", non fornendo al giovane operaio dispositivi per la sicurezza personale come cinture, sistemi di aggancio idonei e casco. Il giovane, inoltre, non avrebbe frequentato, nelle settimane prima di salire sul ponteggio maledetto, alcun corso di formazione.

"Negligenza, imprudenza, imperizia" dei datori di lavoro. I genitori di Klodian sono stati risarciti in sede civile dall’assicurazione delle due società e hanno perciò revocato la loro costituzione di parte civile. Nei giorni della tragedia chiesero giustizia per la morte del figlio. Nel sabato pomeriggio dell’11 aprile, al lavoro su quel cantiere, c’era anche il fratello maggiore della vittima. Furono scene di rabbia e disperazione, a Pessano con Bornago come a Chiari, dove la famiglia viveva, e dove il giovane albanese lavorava e giocava a pallone. Si parlò, per molti mesi, di una vittima della “febbre da Expo”. Il tratto in cui si verificò la tragedia non era autostradale, ma di viabilità secondaria, di servizio al casello. Dopo la caduta il giovane fu soccorso, ma inutilmente.