Cernusco sul Naviglio (Milano), 17 dicembre 2016 - La lite, l’ira, lo sparo. Mario Marcone, lo spazzino 42enne di Pioltello, ha confessato di aver ucciso Gabriella Fabbiano per gelosia. Un racconto fiume, che lascia ai margini il tentativo di lei di minacciarlo con la piccola pistola, abbozzato dopo l’arresto, mercoledì sera. Davanti al gip Anna Magelli, durante l’interrogatorio di garanzia a San Vittore, l’amante ha cambiato versione. Concentrandosi sulle difficoltà di stare con una donna "così diversa da lui". "Cresciuto con valori tradizionali", spiega il suo difensore, Matilde Sansalone.

Provato, starebbe prendendo coscienza solo ora del femminicidio che potrebbe costargli l’aggravante della premeditazione, contenuta nelle parole dei testimoni che raccontano che, nei giorni precedenti il delitto, il netturbino si era informato su come confezionare un silenziatore casalingo. Da tempo, ha spiegato al magistrato, custodiva l’arma ritrovata durante il lavoro a raccogliere spazzatura in zona, usata per chiudere per sempre la bocca alla fidanzata. Se l’era tenuta, e la notte fra il 29 e il 30 novembre, è stata impugnata per scrivere l’ultimo, terribile capitolo del legame fra lui e Gabriella.

Dopo cena, sarebbero volate parole grosse, in un’escalation dai toni sempre più alti, finita con la mano di lui sul grilletto. Avrebbe fatto tutto da solo. Marcone ha scagionato completamente l’amico Fabrizio Antonazzo, il 52enne invalido di Cernusco, che per gli inquirenti l’avrebbe aiutato a sbarazzarsi del cadavere. Lui, invece, spiega, di avere "fatto un po’ alla volta". Prima, il trasporto del corpo alla cava, a bordo della Ford Mondeo dove i Ris hanno isolato macchie di sangue della vittima, prova regina dalla quale, probabilmente, è scaturita la confessione. Le stesse tracce ritrovate nella camera da letto del netturbino, scena vera e propria del delitto. Poi, è stata la volta dei blocchi di cemento, tre da 25 chili ciascuno, per ancorare al fondo la donna e il suo segreto. Ma, la mamma buttata via come immondizia è tornata a galla un giorno dopo essere stata scaricata nella cava avvolta in un telone di cellophane, legato con corde di tapparella, come le sue mani e le sue caviglie. Nei quattro giorni prima era rimasta a casa del suo assassino.

Scontata, a questo punto, la convalida del fermo. Meno il percorso processuale, che punta sulle differenze fra vittima e carnefice. "L’azione di Marcone è un blackout in una vita normale", dice l’avvocato Sansalone. E quando si fa notare che aveva tentato di uccidere l’ex moglie investendola, lei spiega che "i figli durante la separazione sono stati affidati a lui e a sua sorella, che l’aiutava nel compito".