Cernusco sul Naviglio (Milano), 3 novembre 2017 - Reato prescrittoSette anni di processi e il sipario cala nel modo più difficile da accettare per genitori che hanno perso una figlia. Le sette infermiere che avrebbero potuto salvare la piccola Rachel Odiase, la bimba nigeriana di 14 mesi morta di sete all’Uboldo di Cernusco durante un ricovero, il 5 marzo 2010, «non pagheranno mai per quello che hanno fatto». Papà Tommy non ha dubbi: «L’hanno uccisa due volte». «Prima in ospedale, poi in tribunale».

«Speravo di avere portato la mia famiglia a vivere in un Paese civile, ma ora ho grossi dubbi». «Abbiamo affrontato una battaglia legale lunga e difficile, per evitare che altri potessero trovarsi nelle stesse condizioni del nostro angioletto: morire perché qualcuno ti nega una flebo. O, te la fa, quando è troppo tardi», sussurra mamma Linda. Le mani accarezzano con delicatezza infinita la fotografia di quella bimba tanto amata. Sfiorano le treccine come se potessero riprendere vita. «L’ho persa senza un perché. Se non che, forse, qualcuno, ci ha considerato di serie B. Noi siamo neri». Parole pronunciate senza astio, con la rassegnazione degli ultimi, abituati a esserlo. C’è l’eco di una ferita che sanguina e che «non potrà mai rimarginarsi».

«Raquel aiuterà i suoi fratelli anche dall’aldilà. Con il risarcimento che abbiamo ricevuto, faremo studiare tutti e tre. Ma non è una consolazione», dice Tommy. «Veniamo dal terzo mondo, eppure sono sicuro che nessuno, là, avrebbe mai potuto trattarci come se non fossimo degni di esistere. Perché è così che ci siamo sentiti quella maledetta sera al pronto soccorso, quando chiamarono i carabinieri per cacciarci. Non volevano ricoverare la bambina, nonostante vomitasse. La mia tessera sanitaria era scaduta, avevo perso il lavoro. Fu la pattuglia a insistere. Allora, gliene fui molto grato. Ero un padre terrorizzato che avrebbe fatto qualunque cosa perché qualcuno aiutasse sua figlia. Ora, vorrei che quella notte le cose fossero andate diversamente. Quanto volte mi sono rimproverato di non essere andato a Monza».

Il giudizio d’Appello per le infermiere era arrivato dopo la condanna in primo grado per omicidio colposo, un anno con la condizionale, e quella definitiva per i due pediatri che avrebbero dovuto «curare in scienza e coscienza la piccina e non lo fecero», ricorda Fabiola Paccagni, difensore degli Odiase. Due sentenze con provvisionale di 400mila euro per Gianluca Dotti e Barbara Ronchi. «Infermieri e medici sono tutti al loro posto, come se nulla fosse». «Io, manovale africano precario, senza mezzi, mi sono battuto con tutto me stesso», spiega il papà. «Ho portato mia figlia in ospedale perché la curassero ed è finita in una bara. Raquel ha pagato i pregiudizi con la vita». È ora di cena. A tavola, da sette anni e mezzo c’è sempre il suo posto apparecchiato.