Mantova, 7 settembre 2017 - «Le donne italiane, prima di prendere posizione sul velo o sulla libertà delle africane o delle islamiche, farebbero bene a guardare nel proprio cortile. Qui la situazione non è bella. Ho letto di molti omicidi avvenuti in ambienti familiari». Chimamanda Ngozi Adichie, meno di 40 anni, nigeriana del Sud, di educazione cristiana, ora residente negli Stati Uniti, confessa la propria vocazione per la fiction, per il romanzo, ma è diventata famosa anche per un saggio che si intitola: “Dovremmo essere tutti femministi”. È a Mantova per aprire il Festivaletteratura con la serata d’esordio in piazza Castello.

Il suo primo romanzo, “Ibisco viola” che parla di una famiglia traumatizzata da un padre fanatico religioso, ha raccolto premi in tutto il mondo. Un passaggio del suo saggio è finito in una canzone di Beyonce (“Flawless”). Ma a lei non piace essere definita un’icona del femminismo: «Sono una persona coi suoi pregi e i suoi difetti. Diventare un simbolo è impegnativo». Rispondendo a una domanda sulla condizione della donna africana, Adichie ribalta con sicurezza una serie di preconcetti: «Attenzione, nella cultura italiana, per esempio, non si può dire che il tradizionalismo in famiglia non sia ancora molto forte. Io, invece, in Nigeria vivevo in un ambiente familiare che si potrebbe definire progressista: mia madre lavorava, aveva rapporti amichevoli e alla pari con mio padre. È vero però che gli ostacoli alla parità fra sessi nel mio paese ci sono. Per lo più però derivano da influenze religiose, sia cristiane che musulmane». «La mia bisnonna - racconta la scrittrice nigeriana, rivendicando con orgoglio la cultura pre-coloniale del proprio paese - era molto più libera di mia nonna vissuta sotto il colonialismo inglese».

Il dibattito sul velo, apertosi in Occidente, non appassiona Chimamanda: «Va bene se è una libera scelta, e può esserlo. Ma la verità è che nasconde il dibattito vero, quello sull’Islam». Più interessante è osservare il fenomeno del razzismo, altro nervo scoperto sul quale la scrittrice insiste: «Qui in Italia mi hanno guardato male alla frontiera quando hanno visto il passaporto nigeriano. Mi era successo due anni fa anche a Coopenaghen: il fatto è che in questi due paesi molte nigeriane sono professioniste del sesso. Capisco la paura di chi accoglie, è umana. Comprendo che è difficile accettare i cambiamenti epocali inevitabili che stanno avvenendo in Europa. Ma è anche vero che molta dell’ostilità degli immigrati si deve all’arroganza di chi li circonda»: Come vincerla? Chimamanda ha una sola ricetta: informarsi su Internet, sui blog, per conoscere la nuova Africa. E ovviamente leggere tanti buoni libri.