Mantova, 16 ottobre 2014 - Cinquantasette anni di carcere per dieci imputati tra i manager dell'azienda, riconosciuti colpevoli in primo grado di undici omicidi colposi di operai al lavoro dal 1970 al 1989, e circa cinque milioni di euro in via provvisionale ad una decina delle centotrentasette parti civili. Si chiude a Mantova il primo grado del processo Montedison, il procedimento avviato con le indagini del 2001 per le morti al petrolchimico.

Il rinvio a giudizio parlava da una parte di omicidio colposo, dall'altra di omissioni dolose di cautele sul luogo di lavoro. Se per il primo sono state scritte dieci condanne, dall'altra sono state scritte dodici assoluzioni perchè il fatto non costituisce reato. Mentre la Procura di Mantova, con il numero uno di via Poma Antonino Condorelli, sottolinea la sostanziale tenuta dell'impianto accusatorio, che per primo in Italia ha sostenuto la correlazione tra leucemie ed esposizione a benzene, come pure la sostanziale ininfluenza del fumo da sigaretta sull'insorgenza di patologie collegate all'amianto, e che ora comunque sarebbe pronto a sostenere anche una impugnazione della sentenza, tra le parti civili serpeggia il malumore.

Tra di loro siede Alberto Alberti. Tra gli ultimi a definirsi vittima. Prima lo aveva fatto per un collega, scomparso pochi giorni prima. Visto quanto si ipotizzava si era fatto visitare a Pisa: subito erano emerse placche pleuriche. Lo scorso anno, mentre il processo proseguiva, la diagnosi è cambiata. Asbestosi. “Quando sono tornato a casa, in macchina, a radio spenta. Soltanto allora ho capito, ho realizzato che eravamo carne da macello. Che non importava: io mi facevo cento chilometri per andare, cento per tornare da mio figlio, senza sapere che uscivo di casa per andare a morire”. Dalla sentenza del tribunale di Mantova Alberti è stato escluso: non ha diritto ad alcun risarcimento.

Alberti è arrivato a Mantova nel 1979. Fino ad allora aveva lavorato come autista di mezzi pesanti. Da operaio, nel Montedison, era arrivato ad assistente. B1, B2, B4 e B5. Nella geografia di un petrolchimico più esteso dello stesso capoluogo di provincia su cui si affaccia riporta alle caldaie degli staiblimenti, unificate negli anni ottanta in un unico polo. Con il fuochista Alberti doveva intervenire quando le unità stavano per fermarsi. Ovvero, quando gli ugelli dei bruciatori erano occlusi dai residui organici che dovevano distruggere. Tra questi, anche il benzolo. “Mettevamo guanti di amianto, come di amianto erano le guarnizioni che ritagliavamo con una fustella da fogli. Le stesse che raschiavamo via a mano quando ormai inutilizzabili”. Per pulire i bruciatori si usava il compressore, e dalle estremità si levavano nubi di prodotti da distruggere. E l'amianto che si scrostava, che cadeva, “se eri fortunato pioveva sulla griglia di un collettore. Che però portava al piano inferiore, dove c'erano pompe raffreddate ad aria”.

Quando ha capito che per lui, un posto, nella sentenza di condanna non era previsto per un attimo il mondo s'è fermato. “Mancava solo dicessero che bevevo gasolio tutte le mattine”. Mentre Alberti considera la possibilità di un ricorso è tornato alla sua occupazione ormai principale. Alla testa dell'associazione che ha fondato – la Associazione Esposti Amianto e altri Cancerogeni – continua a raccogliere dati e a fornire consulenza ai lavoratori le cui patologie non sono state riconosciute legate alla professione. Oltre un centinaio gli associati in due anni di attività. “Da aprile – dice lui – abbiamo assistito otto operai, ai quali sono state diagnosticate patologie asbesto-correlate. Due sono già deceduti. E oltre a questi ci sono quattro mogli, affette da mesotelioma”.