Lodi, 1 luglio 2017 - «Finalmente qualcosa comincia a muoversi e anche l’Italia si sta mettendo al passo di nazioni più evolute dal punto di vista della prevenzione della salute in campo sportivo. Certo, non siamo ancora alla pari con nazioni come l’Olanda, ad esempio, che grazie a un drone è in grado di far arrivare un defibrillatore anche su un aereo in volo». Alessandro Pagani, 22 anni, cestista dell’Assigeco Casalpusterlengo che due anni fa rischiò di morire perché il suo cuore si è fermò durante una partita amichevole giocata a Manerbio: è vivo grazie a due medici e a un defibrillatore. Lo sportivo commenta così la notizia dell’obbligo della presenza dei defibrillatori semiautomatici in tutti gli impianti sportivi, compresi quelli dilettantistici. Un decreto importante, visto che non più tardi di un mese fa l’arresto cardiaco ha fatto un’altra giovane vittima nel quattordicenne Alessandro M. stroncato proprio mentre giocava a basket a Milano. «Il mio pensiero chiaramente va a quel ragazzo – afferma Pagani – e in questa ottica plaudo a questo decreto che finalmente viene a colmare una grave carenza dal punto di vista della prevenzione sanitaria in campo sportivo».

Il decreto prevede che nelle società sportive dilettantistiche sia presente una persona debitamente formata all’uso del defibrillatore...

«Sì, avranno un paio di mesi per mettersi in regola. Io stesso ho intenzione di seguire un corso per imparare a usare un defibrillatore. Si tratta di seguire lezioni per un totale di circa 7-8 ore. Noi come Assigeco al Campus siamo già a posto come macchinari. Abbiamo ben tre defibrillatori in palestra».

Alessandro dal giorno dell’incidente cosa è cambiato nella tua vita?

«Vivo con un defibrillatore sottocutaneo e sono sempre in attesa del responso dell’esame sulla genetica del mio sangue in corso a Padova per cercare di sapere da cosa è dipeso il mio problema. A questo tipo di esame si sono sottoposti anche i miei genitori per vedere se si può parlare di tara genetica o meno».

Situazione ancora da chiarire quindi...

«A fine 2016 sono stato visitato al Monzino dal professor Zeppilli. Sono stato sottoposto a un Ecg che ha evidenziato una cosa che di solito si può vedere solo con una risonanza. In pratica c’è una piccola zona d’ombra in fondo al cuore. Bisogna capire cosa può significare ed è da tenere sotto controllo».

La tua carriera agonistica?

«So bene che ormai per me riprendere l’attività sarà pressoché impossibile, però questo non vuol dire che io non possa continuare a fare sport. E già questo per me è un bel successo. Il mio impegno per propagandare la prevenzione non mancherà mai perché prevenire significa avere una buona percentuale di successo nel cercare di salvare le vite delle persone, proprio come è successo a me. Io sono un esempio vivente dell’importanza delle strumentazioni e delle persone che si devono trovare al posto giusto al momento giusto. Finalmente anche l’Italia sta imboccando la strada ad hoc. Speriamo di continuare su questa direzione».