Lodi, 6 ottobre 2017 - Stessi diritti e stessi doveri. È il principio a cui s’ispira la Giunta leghista guidata dal sindaco Sara Casanova nel presentare alcune modifiche al regolamento per l’assegnazione delle agevolazioni ai servizi sociali. Da ieri, in città, è stato introdotto l’obbligo per i cittadini stranieri di presentare, se vorranno accedere ai contributi pubblici o essere inseriti nelle liste per gli alloggi popolari, non una semplice autocertificazione ma un documento, autenticato dalle autorità consolari del loro Paese d’origine, che attesti la situazione patrimoniale.

«Così facendo – ha spiegato in Consiglio l’assessore alle Politiche sociali, Sueellen Belloni – si riuscirà a garantire una vera uguaglianza tra i cittadini lodigiani che accedono ai servizi sociali, garantendo parità di condizioni a italiani e stranieri e assicurando che gli extracomunitari con i beni nei loro Paesi di origine non percepiscano aiuti che non spettano loro». Il provvedimento, già previsto da una legge nazionale, è stato approvato con i voti favorevoli della maggioranza e del consigliere Luca Scotti. Contrari gli esponenti del Pd, M5S e i civici. «Peccato che questa modifica presenti forti criticità a livello legislativo perché introduce una disparità di trattamento nei confronti dei richiedenti extracomunitari – spiega Simonetta Pozzoli (Pd) –, che non sono state minimamente prese in considerazione perché invece di discutere nel merito la maggioranza ha subito svelato l’intento politico del provvedimento: prima i lodigiani». Per i civici guidati da Giuliana Cominetti si tratta di «un provvedimento senza senso, perché andrà a interessare solo i cittadini extracomunitari e non i cittadini della comunità romena, numerosi in città».

Contrari anche i Cinque Stelle. «Che ci fosse bisogno di rivedere il regolamento delle agevolazioni ai servizi sociali è vero, purtroppo però dall’amministrazione comunale è stato fatto nel peggiore dei modi – dice il capogruppo dei pentastellati, Massimo Casiraghi –. In primis perché era stato spacciato come un adeguamento normativo mentre invece si trattava di un atto politico della Lega. Un provvedimento alla fine approvato da una maggioranza spaccata in aula tra chi voleva ragionare nel merito per migliorare la proposta e una fazione invece che non ha accettato alcun suggerimento, neanche sugli errori grammaticali».