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Asili nido, allarme crisi "Le istituzioni devono aiutarci"

"Rischiamo di chiudere, ma siamo essenziali"

Se il trend della crisi non cambierà nel 2013 molte strutture potrebbero chiudere. Gli operatori del settore chiedono un impegno maggiore degli enti pubblici per salvarli

Bambini (Foto Newpress)
Bambini (Foto Newpress)

Lodi, 23 febbraio 2012 - É grido d'allarme da parte dei gestori dei nidi privati del Lodigiano. I titolari delle strutture aderenti al gruppo Assonidi della Confcommercio chiedono a Provincia, Comune e Asl un tavolo urgente per riflettere sul futuro del loro settore di fronte a una crisi economica che attanaglia le famiglie (e si riflette giocoforza sulle loro attività), e a una semplificazione normativa che permette anche di aprire strutture con una semplice autocertificazione. «La nostra non è solo un'attività economica - dicono - . Il nostro ruolo è anche sociale. Nei piccoli paesi, se chiude un nido privato si crea un vuoto che provoca gravi disagi anche alle famiglie che poi non saprebbero dove andare a sbattere la testa».

E in provincia di Lodi, per quanto riferito dagli operatori, qualche struttura nel 2013 potrebbe già chiudere (così come già avvenuto a Milano) e c'è già chi sta lasciando a casa educatori. A lanciare l'Sos sono stati ieri mattina, nella sede dell'Unione del Commercio, il segretario lombardo di Assonidi Confcommercio Paolo Uniti, la coordinatrice per il Lodigiano Alessandra Garbelli e un gruppo di titolari di nidi privati del territorio. «A Lodi gli asili nidi sono circa 30 - ha sottolineato Uniti - . La maggior parte, circa il 70%, appartengono al privato e al religioso. Quelli comunali sono meno di 10. Abbiamo effettuato un monitoraggio e abbiamo scoperto che da tre anni c'è una forte crisi del settore. Se si va avanti così parecchie strutture, soprattutto nei piccoli comuni, dovranno chiudere. Ciò con grave perdita per i posti per i bambini e per i posti di lavoro».

«La crisi - ha aggiunto - si va a inserire in uno scenario di semplificazione poco tranquillizzante. Ricordo che l'asilo nido è una struttura complessa con parametri e requisiti minimi da rispettare. Da tre anni circa in Lombardia basta una Cpe (Comunicazione preventiva di esercizio) da mandare al Comune e all'Asl e si apre. Poi i controlli scattano dopo 90 giorni. Questa facilitazione è preoccupante. Per questo chiediamo una riflessione sugli iter procedurali e un aumento delle verifiche sulle strutture vecchie e nuove».

«Non vogliamo difendere una nostra posizione, ma chiedere tutela per il servizio che offriamo - ha aggiunto la Garbelli - . La sofferenza delle famiglie la notiamo nell'aumento dei posticipi (bambini che vengono portati al nido dopo i tre mesi di vita) e dei ritiri prima dei 3 anni. Tutto il territrio è in cassa integrazione e questo si riflette su di noi. I genitori chiedono sempre di più formule diverse. E poi saltano il pagamento delle rette. Noi educatori certo non mandiamo via il bambino». «Il pericolo - ha ripreso Uniti - è il collasso del sistema. Noi sotto certi standard non possiamo andare. Ormai il 35% dei bambini lodigiani o posticipa o si ritira prima dei tre anni. Le nostre rette sono ferme da dieci anni a circa 5.500 euro all'anno. Lo Stato però concede alle famiglie solo una detrazione di 630 euro all'anno. Occorre un nuovo sguardo generale, bisogna rivedere gli investimenti sui servizi all'infanzia. Per questo chiediamo un tavolo prima che sia troppo tardi. Ad esempio i Comuni potrebbero concederci abbattimenti delle loro imposte». E il segretario dell'Unione Bruno Milani ha garantito che porterà la richiesta, tanto per cominciare, al tavolo voluto dal sindaco di Lodi per rilanciare l'economia del capoluogo.

di Tiziano Troianello

tiziano.troianiello@ilgiorno.net

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