2009-07-04
di GUIDO BANDERA
MELEGNANO
PIOVE SENZA speranza sulla testa di 22mila soldati austriaci, che da poche ore, nelle loro giubbe bianche intrise dacqua, hanno abbandonato Milano in rivolta da porta Tosa. È la notte fra il 22 e il 23 marzo del 1848. Lultima delle gloriose Cinque Giornate. A capo delle schiere, con ottanta cannoni al seguito, cè un 82enne. Il feldmaresciallo Josef Wenzel Radetzky von Ratetz, capo della potente Armata dItalia dellimpero. Davanti alla città in rivolta, con i piemontesi che stanno varcando il Ticino, tutti si sono dati alla fuga. Partito anche il viceré, il pavido arciduca Ranieri dAsburgo. Lui, no. Lui è restato per cinque giorni asserragliato nel castello, sperando di sedare la rivolta senza usare il cannone. Nessun bombardamento su Milano, solo qualche colpo sparato qui e là contro le barricate. Fucilate molte, però, come quelle dei temibili tiratori scelti sul tetto del duomo. Poi, il 22 marzo, scrive a Vienna. Per evitare laccerchiamento, con i piemontesi in arrivo, ha sgombrato il campo, chiedendo rinforzi e ripiegando su Verona, attraverso Lodi. Una fuga che salva i destini di quella che gli italiani chiamano prima Guerra dIndipendenza, ma che non è stata desempio, 11 anni dopo, al suo successore, il feldmaresciallo Ferencz Gyulai, che si fa sconfiggere dai francesi e dai piemontesi. Lui invece tornerà da vincitore. Radetzky ama Milano, anche se non la capisce. Militare fino al midollo, non concepisce la ribellione allimperatore. Ma Milano rimase salva. Gli ottanta cannoni sui bastioni e nel castello Sforzesco non si muovono. La ritirata, la notte del 22 marzo, è senza gravi incidenti. Poche scariche di moschetto. Ma è un momento triste. Radetzky se ne va, lasciando la «moglie», una lavandaia milanese, e i figli illegittimi, che i rivoltosi non toccheranno. La notizia della ritirata la manda lui stesso alla corte di Vienna, risentito perché non gli hanno concesso rinforzi. Ma anche lAustria è in rivolta, in quel terribile 1848.
LUI, CHE sul campo ha vinto le armate di Napoleone, scrive con sfrontatezza allo Stato maggiore: «La mia ritirata è un doloroso capolavoro di arte militare». Sfinito, con il parrucchino biondo che gli copriva la calvizie appoggiato di traverso sulla testa, chiuso nella giubba bianca carica di medaglie e bordata di rosso e oro, sale su una carrozza blindata, mascherata da covone di fieno. Rimane in silenzio, avvolto nel pastrano celeste, umido di pioggia. Davanti ai finestrini sfilano i sobborghi di Milano, poi la campagna, verso San Donato e San Giuliano. Cavalleria, fanteria e artiglieria passano senza problemi. Tutti sanno che gli austriaci sono in fuga, ma non in rotta. La potenza di fuoco dellarmata è intatta. È quasi lalba, quando Radetzky e il suo esercito arrivano davanti a Melegnano. Un borgo nobile, con il suo castello rinascimentale, ma dotato di nessuna forza militare e di appena 4.500 abitanti, quasi tutti contadini. Per evitare problemi, il vecchio maresciallo ordina ai suoi ufficiali di mandare una delegazione dalle autorità civili. Vuole essere sicuro di passare senza incidenti. In cambio, offre rassicurazioni ai melegnanesi. Sarà stata però lebbrezza della fuga degli austriaci o lamor di patria, ma i melegnanesi a Radetzky rispondono picche. E a comunicare il «no» dei riottosi paesani al maresciallo, non possono essere i suoi ufficiali, inviati a parlamentare con i melegnanesi. Perché i popolani li arrestano e li confinano dietro gli spalti cadenti ma ancor solidi del vecchio castello Mediceo. Radetzky probabilmente non crede alle proprie orecchie quando un colonnello si avvicina circospetto alla carrozza per spiegargli laccaduto, trasmettendogli anche lintimazione perentoria delle autorità civili di Melegnano, che chiedono agli austriaci di disarmare e arrendersi. Quattromila melegnanesi che minacciano e chiedono la resa a unintera armata sono di troppo anche per il «buon cuore» del vecchio vincitore di Jena. A quel punto, stanco per la ritirata, ma non domo, riserva a Melegnano il trattamento risparmiato alla «capitale» Milano: fa schierare una batteria di cannoni e fa aprire il fuoco. Poi, quando la gran parte di Melegnano è ridotta a un cumulo di macerie in fiamme, attraversa la città e ripiega, attraverso Vidigulfo e SantAngelo, sul Lodi. Dove una guarnigione austriaca, asserragliata nel castello, tiene saldamente il passaggio sullAdda.