Inveruno (Milano), 29 novemrbe 2016 - Piano di mobilità o crisi aziendale: è ormai arrivata di fronte a questo bivio la strada sempre più stretta che la Carapelli sta percorrendo per uscire dal pantano della minacciata chiusura, a un mese esatto dall’annuncio dei vertici spagnoli della Deoleo di dismettere lo stabilimento e lasciare a casa i 98 dipendenti del reparto produttivo. Ieri a Roma si sono di nuovo seduti attorno a un tavolo i rappresentanti del cda di Deoleo, i sindacati e le istituzioni. Dal sindaco di Inveruno, Sara Bettinelli, ai funzionari dei ministeri dell’Agricoltura e dello Sviluppo economico, ai rappresentanti di Regione Lombardia. Una partita ad alto livello, dai contorni «tesi». Difficile, a tratti. Sì, perché ormai a Roma come a Milano la pazienza è agli sgoccioli e al ministero come in municipio a Inveruno l’unico obiettivo – ora – è capire esattamente cosa voglia fare Deoleo di Carapelli.

Proseguire nonostante tutto, nonostante lo sbarramento di fuoco alzato dalle istituzioni a ogni livello, e mettere in atto il piano di mobilità chiudendo di fatto lo stabilimento; oppure scegliere di non opporsi all’apertura di una crisi aziendale che, una volta ufficializzata, permetterebbe di mettere subito gli operai sotto l’ombrello protettivo degli ammortizzatori sociali per cercare nel frattempo un compratore, un soggetto terzo, interessato ad acquisire lo stabilimento e in grado così di garantire occupazione e livelli occupazionali. Ieri dunque – su un piano di «cortesia» ma nel quale non sono nemmeno mancate le maniere a tratti dure del governo – al management spagnolo è arrivato proprio questo messaggio: decidere. Messaggio perentorio, davanti al quale la Deoleo si è detta per la prima volta pronta, almeno, «ad approfondire la possibilità – racconta Sara Bettinelli – l’ipotesi della crisi aziendale».

Dunque della cessione della Carapelli. Perché è proprio questo alla fine uno dei pochi elementi certi della partita in gioco: Madrid dei due siti produttivi italiani (compreso quello di Tavarnelle, in Toscana) non sa più che farsene. Salvo, però, tenersi il marchio, un brand del Made in Italy famoso in tutto il mondo. La multinazionale si è presa una settimana di tempo per comunicare le proprie decisioni. Nel frattempo, i funzionari di Regione Lombardia hanno assicurato che ci sono i fondi per far scattare la cassa integrazione in deroga per tutti e 98 i dipendenti, e per un periodo di almeno sei mesi a partire dal prossimo anno. Che è tutto tranne una buona notizia: sancirebbe il naufragio delle trattative e metterebbe fine a una storia aziendale lunga oltre mezzo secolo.