Legnano (Milano), 3 ottobre 2017 - Massimo riserbo sull’esito dell’autopsia effettuata sabato sul corpo di Gennaro Tirino. Solo poche indiscrezioni, ma attendibili, che confermano quanto già era stato anticipato dopo un primo sommario esame: sul cadavere i medici legali hanno rinvenuto sette fori di proiettili calibro 7.65 e i colpi sono stati esplosi da una distanza ravvicinata. Antonio Calello ha quindi voluto con ogni probabilità svuotare l’intero caricatore della pistola ed essere certo di uccidere. L’omicidio di via Torquato Tasso si conferma così in tutta la sua efferatezza. Odio. Desiderio di vendetta. Raptus omicida con l’irrefrenabile brama di non vedere più il Tirino rialzarsi da terra. 

L'assassino non ha dato scampo. Ha crivellato di colpi l’ex fidanzato di sua sorella Sonia - alla quale è da sempre molto attaccato («ossessionato dal volerla proteggere», dicono gli amici) - per vendicare quei lividi e quelle lacrime sul volto della ragazza. Tirino, oltre 130 chili di stazza e definito da molti «strafottente e violento», picchiava forte Sonia. L’ultimo brutale pestaggio era avvenuto proprio due giorni prima del delitto. E questa volta la ragazza - costretta alle cure in ospedale - aveva detto basta. Lo aveva lasciato e denunciato, riferendo al fratello il perchè di quelle sue ferite. Da qui il movente dell’omicidio. Dalla lite violenta in strada tra il Calello e il Tirino, è spuntata una pistola, carica.

Dal racconto dell’assassino è il Tirino ad averla estratta dalla tasca, ma con un’azione fulminea gliel’ha poi sfilata di mano uccidendolo con una scarica di proiettili che dà conto del livore che provava ma anche della ripugnanza verso chi aveva pestato a sangue la sua amata sorella. A distanza di quasi una settimana sono, insomma, oramai tante le certezze (il caso è stato risolto a tempo di record dai carabinieri della Compagnia di Legnano), ma manca al mosaico del crimine ancora l’ultimo tassello: la pistola. Non si trova da nessuna parte. Secondo l’assassino sarebbe dovuta essere sul fondale dell’Olona, nei pressi del castello. Ma lì non c’è.

E il ritrovamento di questa semiautomatica è fondamentale per gli inquirenti perché è proprio questo l’anello mancante dell’inchiesta. Si tratta della prova che manca per rendere molto più solida la tesi che l’omicidio non sia preterintenzionale: se l’arma era della vittima allora il Callelo non era andato lì per ucciderlo. In attesa di ulteriori riscontri, la giuria popolare dei social sembra aver comunque già dato il suo verdetto virtuale, riconoscendo al killer le attenuanti. È stato anche creato - ma dopo alcune ore rimosso perché poteva configurarsi come reato - un gruppo facebook a sostegno dell’omicida. La pagina social stava registrando tantissime iscrizioni e portava il nome di «Antonio Calello siamo tutti con te». Vi erano scritte nei suoi confronti espressioni di solidarietà, di conforto e di affetto. Poi però la stessa pagina è stata rimossa perché è penalmente perseguibile chi esalta o difende pubblicamente un’azione riconosciuta come reato. Come, appunto, un omicidio.