Lecco, 20 aprile 2017 -  «Se siamo al terzo ponte crollato in pochi mesi, significa che qualche problema di manutenzione c’è. E non solo, purtroppo». Il presidente della provincia di Lecco, Flavio Polano, è molto preoccupato perché la tragedia del cavalcavia di Annone Brianza non è più un caso isolato. E poco importa se il cavalcavia collassato l’altro giorno nel Cuneese abbia schiacciato un’auto dei carabinieri da cui gli occupanti erano scesi da pochissimo. Niente vittime per un soffio. Al contrario, lo scorso 28 ottobre, sulla corsia nord della Superstrada 36, ci aveva rimesso la vita il dirigente sportivo Claudio Bertini. Questione di millimetri e fortuna, ma la sostanza non cambia: l’Italia continua ad andare in pezzi «e la cosa paradossale è che in questo lento sfacelo non si riesce ancora a capire chi debba occuparsi di cosa». Polano lo dice a ragion veduta, perché a sei mesi dal crollo del cavalcavia di Annone Brianza si deve ancora accertare la paternità di quel cavalcavia.

«Senza aggiungere altre polemiche a quelle che ci sono già state, mi limito a far notare che quel ponte non rientra nell’elenco dei beni di patrimonio della nostra provincia. Tutto qui». Sembra che la Commissione nominata dal ministro Delrio per far luce sulle responsabilità (civili) post tragedia abbia stabilito che il ponte fosse stato progettato negli anni Sessanta «con tecniche costruttive già vecchie per l’epoca», che negli anni si è lentamente usurato con evidenti segnali premonitori di cedimento che avrebbero dovuto allarmare e che, al contrario, «sono stati sottovalutati». A tutto ciò si aggiungono «lacunose anomalie» nella staffetta istituzionale tra la neonata provincia di Lecco e quella di Como, da cui la marca manzoniana si staccò nel 1995. Vecchi vizi di un’Italia nota che non sa imparare dagli errori e che solo a tragedia compiuta, si interroga nel tentativo di far luce sulle responsabilità. Chi doveva costruire con più maestria? Chi doveva vigilare con maggiore attenzione? Chi doveva sistemare eventuali pecche prodottesi negli anni? A questo triste mantra oggi se ne aggiunge purtroppo uno nuovo: una situazione economica generale sempre più disastrata e un clima di crescente incertezza in cui navigano le Province italiane. «All’appello mancano 561 milioni di euro senza i quali non saremo in grado di garantire quei servizi a cui siamo preposti dallo Stato rimasti comunque in carico a noi anche dopo la riforma Delrio», spiega Flavio Polano che insieme a tutti i colleghi delle province italiane ha firmato un esposto cautelativo alle Procure della Repubblica, ai prefetti e alla Corte dei Conti. «Abbiamo voluto mettere nero su bianco il paradosso tutto italiano di un ente “intermedio” che prima doveva essere cancellato del tutto e che poi invece è stato tenuto in piedi ma senza le risorse necessarie per garantire quei servizi che gli sono rimasti in capo: soprattutto manutenzione delle strade, trasporti e scuole superiori». Ma la cosa più preoccupante è che le province italiane sono ancora in attesa del decreto attuativo che dovrà configurare le nuove attribuzioni delle province e sbloccare i finanziamenti. Il sottosegretario Boschi lo aveva annunciato per la fine del mese di marzo. Si dice già che di quei 561 milioni ne arriveranno sì e no duecento. E intanto l’Italia va in pezzi.