Morterone (Lecco), 17 marzo 2017 - E' stata assolta  Antonella Invernizzi, il sindaco di Morterone, così come gli altri imputati - la segretaria comunale Antonina Barone e Fabio Acerboni, suo supplente all’epoca dei fatti contestati - finiti a processo cvon l’accusati di peculato. La sentenza nel primo pomeriggio emessa dal collegio in composizione collegiale, presieduto dal giudice Enrico Manzi e dai colleghi Salvatore Catalano e Maria Chiara Arrighi a latere.

La vicenda risale all’estate del 2013, in particolare alla notte tra il 16 e il 17 agosto quando l’auto del sindaco, posteggiata fuori dalla casa del padre in località Centro, a Morterone, è stata vandalizzata. «Eravamo al culmine di un periodo in cui ero presa di mira, il mio nome era ingiuriato ovunque in paese, sui muri, sui guard-rail, anche sulla bacheca dell’albo pretorio – ha raccontato Invernizzi –. La mattina del 17 avevo un appuntamento presto in municipio con un’azienda che avrebbe dovuto svolgere dei lavori, così la sera al posto che rimanere a casa mia a Lecco, ho preferito rimanere a dormire nella casa di mio padre a Morterone. La mattina quando mi sono avvicinata all’auto per andare all’appuntamento ho trovato i pneumatici tagliate e dei graffi sopra l’auto». Dopo la brutta sorpresa il sindaco si è attivata per far riparare l’auto e si è rivolta all’assicurazione per farsi rimborsare il danno, quantificato poi in 1.200 euro, per cui le è toccato un risarcimento di soli 400. Dopo essersi consultata con Fabio Acerboni, segretario comunale che sostituiva Antonina Barone in quel momento in ferie, Invernizzi ha chiesto al Comune un rimborso pari a 800 euro, la differenza tra il danno subito e quanto corrisposto dall’assicurazione. E proprio in questa richiesta (poi corrisposta dal Comune) stava la commissione del reato contestato dalla Procura (pm Nicola Preteroti). «Ho presentato l’istanza per far passare il messaggio che chi commetteva certi gesti contro di me, in realtà danneggiava il Comune e infatti ho poi restituito nel 2016 la somma che ho ricevuto come rimborso sotto forma di donazione». «Non c’era alcun dubbio che la richiesta fosse legittima», questo il parere dei due segretari co-imputati e degli avvocati Richard Martini e Vito Zotti, che a quanto pare è stato accolto dai giudici con la sentenza di assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”.