Lecco, 27 luglio 2016 - I cartelli non lasciano molti dubbi: la «046» è in vendita. Tempi duri per tutti. Anche per la famiglia Trovato, che ha deciso di mettere sul mercato la pizzeria indicata nell’inchiesta «Metastasi» come il quartier generale del clan guidato da Mario. Non è un caso se lì, nel locale del rione Santo Stefano, i finanzieri coordinati dal sostituto Bruna Albertini della Direzione distrettuale antimafia di Milano abbiano raccolto numeroso materiale utilizzato poi al processo sulle infiltrazioni della famiglia di ’ndrangheta nella vita politica lecchese.

In via Pasubio gli inquirenti avevano filmato il boss intento a cenare con amici: incontri per coordinare le strategie del clan, secondo l’accusa; normalissimi ritrovi con conoscenti, secondo le difese che hanno sempre sostenuto come la «046» fosse una normalissima pizzeria come tante, di proprietà dei figli e dove Mario lavorava come dipendente. La tesi dell’avvocato Marcello Perillo, difensore di Mario Trovato e dei suoi familiari, non ha convinto i giudici del tribunale di Lecco, che nella sentenza di primo grado lo hanno condannato a dodici anni e mezzo per associazione mafiosa: lo hanno ritenuto il «reggente» dell’omonima locale di ’ndrangheta le cui presenza era stata acclarata già oltre vent’anni fa con l’operazione «Wall Street».

Un’altra pizzeria, «Wall Street», che diede il nome all’inchiesta condotta quella volta dal pm Armando Spataro: anche in quel caso il locale di via Belfiore era ritenuto il quartier generale del superboss Franco Coco Trovato, il fratello maggiore di Mario che oggi sconta l’ergastolo per aver commissionato una serie di omicidi. In realtà, come emerso durante la fase dibattimentale del processo «Metastasi», la pizzeria aperta nel 2005 dalla famiglia è sempre stata di proprietà dei figli di Mario. Negli ultimi anni erano rimasti Stefania Shanna e Giacomo: la prima stava alla cassa e al bar, il secondo dava una mano a papà Mario al forno. 

Una pizzeria che lavorava e dove tutto filava via liscio e regolare, come avevano raccontato i molti testimoni chiamati dalla difesa. Il locale, come altre attività della famiglia, è invece finito nel mirino degli uomini della Dda anche nel filone patrimoniale del processo Metastasi. Secondo gli inquirenti la pizzeria serviva per «ripulire» il denaro provento di traffici illeciti, che altrimenti Mario non avrebbe potuto gestire in maniera autonoma perché già condannato in precedenza. Ma non solo: quel locale, sempre secondo la Direzione distrettuale antimafia, era soprattutto prezioso sul piano logistico.

In via Pasubio il boss convocava i suoi tre luogotenenti più fidati - Antonello Redaelli, Antonino Romeo e Massimo Nasatti (tutti condannati per associazione) - ritenuti il «braccio armato» della famiglia. Lì il «reggente» organizzava cene luculliane, tipici riti - secondo gli inquirenti - per rafforzare il senso di appartenenza al clan degli affiliati. Ora tutto questo sembra solo un ricordo lontano perché la «046» è in vendita ma al di là di chi sarà il nuovo proprietario, non sarà mai una normale pizzeria come le altre.