Lecco, 9 agosto 2016 - L’Interpol era sulle sue tracce da tempo perché su di lui pendeva un mandato di cattura internazionale per corruzione nel suo paese. Sabato scorso in questura arriva la segnalazione che Mehdi Khosravi, iraniano di 37 anni, è alloggiato all’Oasi dei Celti di Dorio in compagnia di tre amici: partono le volanti e scattano le manette per l’uomo, che viene scortato in questura per l’identificazione di rito, quindi scortato in una cella di Pescarenico. I documenti di identità forniti confermano che si tratta del ricercato, un check diretto con l’Interpol fuga ulteriori dubbi. Insieme ai documenti di identità personali però l’iraniano esibisce anche un tesserino emesso a Londra nel quale spicca la parola «refugee», rifugiato, e così l’affare si complica di risvolti internazionali inattesi.

«Da parte nostra - spiega Andrea Atanasio, dirigente della questura di Lecco - abbiamo dato corso a un mandato di cattura internazionale: una volta verificato con l’Interpol che si trattava del ricercato, abbiamo provveduto a segnalare l’avvenuto arresto al magistrato di turno, oltre ad inviare gli atti alla Corte d’appello di Milano competente in materia». Da parte sua la questura ha pure confermato la presenza del documento inglese, che darebbe al soggetto lo status di rifugiato. «Non sta a noi giudicare cosa questo possa comportare. Nel caso sarà l’avvocato del soggetto arrestato a presentare all’autorità giudiziaria il documento per far valere le proprie ragioni». Affari che competono alla magistratura chiamata a far luce sul giallo dell’iraniano che per il suo paese risulterebbe essere un pericoloso corruttore. Lui Mehdi Khosravi, originario di Darab, si professa al contrario un rifugiato politico, ricercato solo per essersi ricercato perchè vicino all'ultimo scià Reza Pahlavi. Quanto basta per trasformare il caso in un giallo internazionale con il tema della sicurezza e quello della libertà di opinione che si intrecciano. Da un lato le paure acuite dal terrore seminato in Europa dall’Isis e dall’altro il rischio di incorrere in un nuovo caso Ocalan, il leader curdo del Pkk catturatro nel 1999 a Nairobi e condannato a morte (pena commutata in ergastolo) per attività separatista armata, considerata come terrorismo dal suo paese, la Turchia, dove il premier Erdogan che dopo il golpe è uscito rafforzato e ha pensato bene di incarcerare i pochi giornalisti che non si erano allineati.