Lecco, 15 marzo 2017 - Era stato licenziato dalla Gilardoni Raggi X e come tanti suoi colleghi aveva impugnato quel provvedimento che in cuor suo riteneva profondamente ingiusto perché frutto di contestazioni create ad arte. Invece il giudice del lavoro di Lecco aveva rigettato il suo ricorso dando ragione all’azienda di Mandello, come peraltro accaduto nella stragrande maggioranza dei casi finiti sulla sua scrivania.  Umberto Gilardoni - 56 anni di Dervio e un cognome che davvero sembra un destino - ha invece deciso di non arrendersi e su consiglio del suo legale, l’avvocato Andrea Maegna di Como, ha continuare la battaglia conclusa appunto con una sentenza di reintegro. Tra i molti licenziamenti alla Gilardoni Raggi X impugnati in tribunale, è almeno il terzo caso di un ribaltamento a Milano della sentenza emessa in primo grado dal giudice del lavoro di Lecco.

Uno "strabismo” giudiziario in qualche modo anomalo. E pensare che nell’azienda di Mandello Umberto Gilardoni ci ha lavorato per ben 27 anni: era entrato nel 1989 e poi negli anni era riuscito a dimostrare di saperci fare sino a raggiungere il settimo livello, quello che in azienda precede il dirigente. É stato un apprezzato progettista meccanico: partono dalla sua matita molti degli apparecchi Gilardoni presentati sul mercato negli ultimi anni. La sua vita è filata via liscia tra Dervio, dove vive, e Mandello, dove si recava tutti i giorni per lavoro. Tutto liscio fino a quattro-cinque anni fa quando nella storica azienda di Mandello qualcosa si è rotto e i dipendenti hanno cominciato a finire nel mirino senza un perché. Il clima si è fatto improvvisamente teso e incandescente con soprusi e angherie in un crescendo di terrore davvero preoccupante. Ma se in passato le esplosioni caratteriali di Maria Cristina Gilardoni venivano contenute dai luogotenenti che l’attorniavano, negli ultimi anni c’era chi invece buttava benzina sul fuoco.

Come l'ex direttore del personale Roberto Redaelli che avrebbe cominciato a mettere un collega contro l’altro creando un vero e proprio “mobbing sistematico” per portare i dipendenti stessi a licenziarsi e a doversi pure curare per problemi di salute. Queste sono le accuse che hanno portato la “nonna-padrona” e il fido dirigente - licenziato dalla stessa azienda per giusta causa, altro paradosso - ad essere accusati di lesioni da una cinquantina di dipendenti che si erano rivolti alla questura di Lecco per denunciare quelle angherie. Tra quei nomi c’è lo stesso Umberto Gilardoni, che nel frattempo avrà una ventina di giorni per decidere cosa fare della sua vita: se ritornare a lavorare in azienda o accettare le quindici mensilità che gli spettano e trovarsi un nuovo lavoro. Scelta difficilissima.