Lecco, 11 agosto 2017 - Alle 11.30 di domenica 11 agosto 1957 Claudio Corti, sulle spalle del tedesco Alfred Hellepart, viene recuperato dalla vetta dell’Eiger con un cavo d’acciaio al termine di un’operazione internazionale di salvataggio senza precedenti che coinvolge una cinquantina di alpinisti tra cui Riccardo Cassin e Lionel Terray. Sessant’anni fa esatti il Ragno di Olginate, malconcio perchè travolto da una scarica di sassi e sfinito da nove giorni sulla famigerata parete nord, sarà l’unico sopravvissuto dei quattro alpinisti che quell’estate avevano osato sfidare l’Orco dell’Oberland bernese. Un salvataggio senza gioia però perchè un repentino peggioramento delle condizioni meteo impedisce di soccorrere il compagno di cordata Stefano Longhi, lecchese pure lui, bloccato su una cengia dopo un volo terribile e con le mani congelate. 

«Veniamo domani, domani...», gli gridano i soccorritori dalla vetta impossibilitati a proseguire le operazioni per l’arrivo di una bufera. Una condanna perchè nella notte le temperature toccano i venti sotto zero e la mattina del 12 agosto dalla Kleine Scheidegg, il rifugio alla base della montagna, i binocoli confermano la tragedia annunciata: il corpo di Longhi, irrigidito dal gelo, penzola dalle corde ormai senza più vita. Rimarrà appeso così per due anni sulla parete, come un macabro monito, ben visibile dai turisti in valle. Solo nell’estate 1959 i resti di Longhi verranno recuperati ma non da una spedizione di lecchesi, come avrebbe dovuto essere. Ci vorranno altri due anni per rinvenire i cadaveri dell’altra cordata: i tedeschi Günther Nothdurft e Franz Mayer verranno ritrovati sul percorso previsto per la discesa. Volevano scendere e chiedere aiuto per i due lecchesi feriti proprio come aveva sempre raccontato Corti, che invece era subito finito sul banco degli imputati: principale accusatore Heinrich Harrer, primo salitore della nord dell’Eiger nel 1938 e poi famoso per i suoi “Sette anni in Tibet”. 

Sospetti e accuse più o meno velate, frasi dette a metà contro quegli italiani che avevano osato sfidare la parete più sanguinaria delle Alpi senza averne la giusta preparazione. Da una parte il colto alpinista austriaco idolatrato come un eroe durante l’epoca nazista, dall’altra Corti con il suo dialetto semplice: facile capire chi dovesse finire nel tritacarne. E anche Lecco e i Ragni non furono teneri: Cassin giudicò il tentativo una pazzia e di fatto un disonore aver lasciato lì Longhi. In quell’agosto 1957 i media amplificarono i contorni della tragedia sull’Eiger, che aveva già fatto 14 vittime. Solo nel 2008 il libro di Giorgio Spreafico “Il prigioniero dell’Eiger” ha rimesso insieme il mosaico di quei giorni tragici con decine di testimonianze, tra cui soprattutto quella di Claudio Corti, che hanno riscritto uno storia nata da infamanti sospetti. Un risarcimento doveroso dopo cinquant’anni di un’ingiusta odissea che Corti non si era meritato di vivere, “colpevole” solo di essere l’unico sopravvissuto. 

andrea.morleo@ilgiorno.net