Merate, 23 gennaio 2011 - La betonvilla di Merate chiude i battenti, un centinaio di dipendenti perderanno il posto di lavoro e l’area di via Laghetto da produttiva diventerà residenziale. I proprietari della storica azienda, un paio d’anni fa passata alla “Safi” - formata da “Sangalli” e “Fimet” -, hanno già avviato le pratiche per il concordato preventivo, un fallimento pilotato per liquidare completamente almeno i fornitori privilegiati. La strategia prevede che il settore degli asfalti e dei calcestruzzi venga spostato negli stabilimenti di Mapello della “Sangalli”, il comparto grandi opere invece dovrebbe rimanere ad appannaggio degli altri soci con la costituzione di un nuovo ente con sede alle Torri Bianche di Vimercate.

 

Saldati i conti con i dipendenti e gli istituti di credito che vantano diverse ipoteche e una percentuale dei debiti con i chirografi, la Spa di Brugarolo fondata nel 1962 verrà ufficialmente cancellata. Scaduti i termini della cassintegrazione gli operai e gli impiegati a termine, come quelli che si stanno occupando della Salerno-Reggio Calabria, rimarranno subito a casa, gli altri, un centinaio, beneficeranno della mobilità e poi anche loro resteranno senza impiego. Diverse unità in teoria dovrebbero venire assorbite un altro gruppo satellite, che, però, per chi abita in Brianza è fuori mano: i disoccupati saranno perciò molti di più. Il territorio si sta quindi preparando ad affrontare un’emergenza sociale. Per onorare gli impegni finanziari occorre tuttavia recuperare denaro che, attualmente,  non c’è vista la crisi.

Da qui la richiesta di cambiare la destinazione d’uso del comparto: da industriale ad abitativo, incassando i soldi dalla vendita dei mappali a immobiliaristi e lottizzatori. In pratica dove ora ci sono capannoni, macchinari per la ghiaia ed il bitume e rimesse dei mezzi pesanti e degli escavatori, sorgeranno case. «E' inutile girarci troppo intorno - spiega Claudio Cogliati, segretario provinciale della Filca-Cisl, il sindaco di categoria - la Beton è finita e molta gente si troverà senza impiego. Con la precedente Amministrazione avevamo la garanzia che l’area sarebbe rimasta a vocazione produttiva per evitare speculazioni, ma con quella attuale non siamo mai riusciti ad avere un contatto.

 

La società chiude e viene pure premiata con la possibilità di guadagnare sulla vendita dei terreni, il tutto sulle spalle dei lavoratori». Sta succedendo lo stesso anche con la “Diana”, il noto marchio di costumi. Martedì si svolgerà un’assemblea con il persona per illustrare la drammatica situazione che devono affrontare.