Lecco, 8 agosto 2014 - Non ha ancora un nome il cadavere rinvenuto nella tarda mattinata di martedì nei boschi sopra Lecco. Dall’autopsia odierna gli inquirenti sperano di ottenere qualche indicazione in più sull’identità ma il mistero sembra lontano da una veloce soluzione. Innanzitutto perché quel corpo ritrovato da una escursionista di passaggio, all’esterno di una delle tante grotte, era lì da più di un mese e quindi in avanzato stato di decomposizione: il medico legale ha solo stabilito che si tratta di un uomo sui cinquant’anni e nulla più. Gli inquirenti, coordinati dal pm Paolo Del Grosso, sono ben consapevoli di essere costretti ad operare in una zona d’ombra, com’è quell’area che negli ultimi anni è stata scelta come luogo di residenza da molti clochard della città. Con le sue grotte, i suoi anfratti, i mille sentieri e la fitta vegetazione che offre riparo a chi non può permettersi un altro luogo come casa. Ma lassù, nel «condominio» alle pendici del monte San Martino, tra loro i vicini di casa nemmeno si conoscono, ognuno preso dalle sue solitudini. Così accade che qualcuno possa anche morire senza che nessuno ne reclami la scomparsa.

Addio alla città e alle sue regole. Da quasi due anni Leone Silva - 38 anni, originario di Besana Brianza - ha scelto come nuova casa le pendici del San Martino. «Una scelta libera e non dettata da ragioni di necessità», ci aveva raccontato Leo. Un anno e mezzo dopo lo ritroviamo fuori dalla sua grotta, una manciata di metri in linea d’aria dal luogo del ritrovamento del cadavere: «Non sono molto presentabile, ma non ancora morto», butta lì. Leo è uno dei tanti homeless che ha scelto di vivere in questa zona. «Nella mia vita ho fatto mille lavori ma da nessuna parte sono resistito molto. Non è tanto la voglia di lavorare che mi mancava, quanto il sopportare le regole e tutti i rompiscatole che ti stanno intorno». Leo ha resistito finché ha potuto, «perché mica si può vivere di aria». Ma poi un bel giorno ha detto basta: «Ho fatto il barbone in città per un po’ e poi mi sono stabilito qui». La sua casa è una grotta ricavata da un masso staccatosi chissà quanti millenni fa dal San Martino. Davanti all’ingresso un lembo di terra che si affaccia a strapiombo sul bosco sottostante. Di fronte una vista mozzafiato: il lago, incastrato tra la città, il Monte Barro e, in fondo, la Brianza.

La sua giornata parte a metà mattina quando Leo scende verso Lecco, raggiunge la Caritas per una doccia e un pasto caldo. «Poi faccio un salto in biblioteca dove prendo in prestito dei libri e poi risalgo». Il pomeriggio è dedicato alla sua vera passione, la scrittura, che poi è la ragione di una scelta così controcorrente. «Ho la presunzione di vedermi come un artista e il sogno di vivere con la scrittura», ci aveva raccontato. Un destino scritto sin dalla culla perché Leo in realtà all’anagrafe è Leone («mio papà mi ha chiamato così in onore di Lev Tolstoj»). Oggi Leo debutta con «Il sasso e altri racconti», una raccolta di scritti nati durante la sua esperienza nella grotta. Nove scritti difficili, tra l’umoristico e il surreale, pubblicati in una raffinata e selezionata collana dall’Associazione Culturale Brianze di Briosco, che da anni insegue particolarità ed eccellenze del territorio. Questa raccolta ha avuto la prefazione dello scrittore Andrea Vitali che consiglia di «illuminare l’antro dello scrittore, dove la modernità è entrata in quanto idea, ma non pare invece nella sua accessorietà».

andrea.morleo@ilgiorno.net