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di GIAN MARCO WALCH — MILANO — SI ERA FORMATO inizialmente nella ...

di GIAN MARCO WALCH
— MILANO —
SI ERA FORMATO inizialmente nella cara, vecchia Europa Edward Hopper, l’artista che nel 1948 i lettori di «Look», la rivista interprete d...
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2009-07-03
di GIAN MARCO WALCH
— MILANO —
SI ERA FORMATO inizialmente nella cara, vecchia Europa Edward Hopper, l’artista che nel 1948 i lettori di «Look», la rivista interprete dei gusti dominanti negli States, inserirono nella hit parade dei «migliori pittori americani del momento». E si era formato sui cari, vecchi impressionisti: nel 1906, a 24 anni, primo viaggio a Parigi, dove iniziò a sperimentare un linguaggio formale vicino a quello dei padri della rivoluzione estetica; l’anno successivo, tour d’istruzione a Londra, Berlino, Bruxelles; nel 1909, ancora a Parigi, sei mesi decisivi, dipingendo fra Saint-Germain e Fointainebleau.
OSSERVÒ, AMMIRÒ, imparò, Hopper - dal prossimo 15 ottobre ospite d’onore di Palazzo Reale, che sino al 24 gennaio 2010 allestirà la sua prima grande mostra, curata da Carter Foster, in Italia, mostra che poi raggiungerà Roma e quindi Losanna; di Skira il catalogo -. Ma da bravo americano coraggioso e avventuroso, quando decise che era per lui giunto il momento di dipingere sul serio, dei souvenir europei salvò solo la maestria di Degas nel rappresentare gli interni. La maestria, e basta. Non certo gli ambienti: i suoi scorci di New York nulla hanno a che vedere con i salotti della Ville Lumière. Non certo i soggetti: Hopper scelse a suoi protagonisti gli uomini comuni, le donne comuni, dalla quotidianità nè romantica nè eroica. Non certo più neppure lo stile: luci fredde e taglienti tracciano le geometrie delle sue tele, in un gioco sapiente che pare annullare il tempo.
UN REALISMO a lungo considerato lo stile americano per eccellenza, che ai nipotini di De Chirico può ricordare rarefatte atmosfere metafisiche, ma che in realtà spiazza lo spettatore su due altri, diversi fronti: la solitudine delle figure dipinte da Hopper, scomparso nel 1967, e il senso d’infinito che avvolge anche una semplice fattoria.
Iniziatica simpatica e, diremmo, azzeccata, quindi, la campagna di comunicazione ideata da Arthemisia, in accordo con Palazzo Reale e Fondazione Roma, un ticket, questo, sinora inedito. Sino a settembre nelle vie di Milano appariranno una serie di manifesti: «Il mio artista preferito? Edward Hopper!». A proclamarlo saranno cinque normali cittadini. Oddio, i cinque cittadini che appariranno più interessanti ai fotografi che ritrarranno su appositi set non solo i disponibili visitatori delle mostre di Palazzo Reale, ma anche qualunque passante voglia partecipare al gioco di «testimonial d’arte». Il primo «shooting», come si dice in gergo, il primo set, oggi in Piazzetta Reale dalle 10 alle 20.
Info: 199.202202.









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