2009-06-19
di ANDREA MORLEO
LECCO
LE ORE DI CASSA integrazione ordinaria in provincia di Lecco hanno toccato lastronomica quota di 3.576.127 nei primi cinque mesi dellanno. Da gennaio a maggio dello scorso anno le ore richieste si erano fermate a quota 211.585 per un aumento che tocca il 1690%. Cifre impressionanti che danno la proporzione dellentità della crisi vissuta dalleconomia del territorio in questavvio 2009. Lelenco è davvero inquietante. Le aziende coinvolte dalla cassa in deroga, al 3 giugno scorso, hanno toccato quota 505; 9.237 i mesi autorizzati e 2.319 gli operai coinvolti.
«I NUMERI relativi alla nostra provincia evidenziano purtroppo ancora una volta la drammaticità della crisi che il nostro territorio attraversa - spiega Alberto Anghileri, segretario cittadino della Cgil -. Si tratta di numeri importanti e non serve essere esperti di economia per capire che la crisi è tuttaltro che superata». I timori ci sono insomma e nulla di buono lascia presagire il futuro prossimo.
TIMORI CONDIVISI anche dal presidente degli industriali lecchesi che in occasione dellultima congiunturale aveva spiegato come «i dati restituiscono in tutta la sua ampiezza la crisi che ha investito il nostro territorio». «Siamo fortemente preoccupati - ammette ancora Anghileri - perché in molte aziende si stanno esaurendo le 52 settimane di cassa integrazione ordinaria previste dalla legge. È quindi molto forte il timore che da settembre, in molte aziende si utilizzerà la mobilità». Tradotto in soldoni significa che molti lavoratori - soprattutto quelli impiegati nel metalmeccanico e nel tessile, i due settori maggiormente colpiti dalla crisi - rischiano seriamente di perdere il proprio posto di lavoro. Tra questi cè una buona percentuale di stranieri. Nel loro caso al dramma professionale si va ad aggiungere anche quello esistenziale. Sul territorio la crisi era esplosa in tutta la sua gravità lo scorso anno quando, in modo del tutto inaspettatro, la Riello decise di trasferire la produzione di caldaie murali a gas in Polonia e mettere in cassa integrazione 143 operai. Per un mese lo stabilimento cittadino di via Risorgimento ospitò unoccupazione pacifica ma non servì a nulla. A poco tempo di distanza un altro caso colpì la provincia, quella della Erc di Calolziocorte (settore dei magneti industriali), dove la storica proprietà annunciò - anche in questo caso senza alcun preavviso - la volontà di non più continuare. Nei mesi successivi si è perso il conto dei casi di aziende costrette a ricorrere alla cassa integrazione per difficoltà più o meno grosse. Tra questi anche marchi illustri delleconomia lecchese. A cominciare dalla Rodacciai, colosso specializzato nella laminazione degli acciai con sede a Bosisio Parini e Sirone, che ha chiesto la cassa integrazione (della durata massima di 13 settimane) per circa 150 dei 500 dipendenti del Gruppo. Difficoltà le ha registrate anche la «Casartelli Antonio» di Galbiate, altra storica realtà del territorio specializzata nello stampaggio a caldo dellacciaio: ha messo in «cassa» un massimo di 150 lavoratori su 200. Londa lunga della crisi non ha risparmiato nemmeno la Fiocchi Prym. La storica azienda lecchese, che dagli inizi del secolo scorso produce bottoni in città, ha da qualche mese avviato la procedura per tredici settimane di cassa integrazione ordinaria per un massimo di 96 persone su un totale di 190 dipendenti.
COLPITA anche lAida di Calolziocorte, la multinazionale giapponese che alla fine del 2004 aveva rilevato alcuni asset della Manzoni Group (presse industriali): ammortizzatori sociali per i 120 dipendenti lecchesi che lavorano nello stabilimento di corso Europa a Calolziocorte.
È STORIA di questi giorni la decisione del Gruppo svedese Husqvarna di trasferire la produzione di motoseghe e tagliaerba lontano dallo stabilimento di Valmadrera dove al contrario rimarrebbero le linea dei rasaerba. Di qui la richiesta per 60 esuberi sui 190 operai impiegati. E ancora le Catene Regina spa, che hanno scelto di andarsene da Dervio. Per non parlare della Leuci che per stessa ammissione della proprietà (il Gruppo Relco) vede i volumi produttivi drasticamente ridotti. Eppure se le persone non hanno i soldi, come fanno a spendere? Il classico caso del cane che si morde la coda, insomma. Analisti ed esperti dicono che è difficile prevedere la fine. Intanto ora per molti la vita è davvero dura. Anzi, durissima.