In un Paese che arranca su tanti dolorosi capitoli legati all’occupazione, e non soltanto su quello drammatico dei giovani senza lavoro, ritorna all’attenzione come un boomerang quello sui voucher. Con tutte le criticità che ingessano il mondo del lavoro italiano, politica, sindacati e opinione pubblica si concentrano nuovamente su un problema, reale e attuale fin che si vuole, ma che ha riguardato, nel 2016, solo lo 0,3 per cento del monte ore complessivo lavorato in Italia: una battaglia ideologica, quindi, fine a se stessa. Contro i buoni lavoro era stato predisposto un referendum abrogativo, che il governo aveva prontamente disinnescato provvedendo alla loro eliminazione tout court: una bandiera bianca alzata prima ancora della battaglia. Ma lo strumento era utile per tante piccole imprese nella necessità di affidare lavori in modo legittimo e tutelato, estremamente saltuari e limitati - dalla consegna delle pizze alle commesse nei negozi - in particolari periodi dell’anno. 

Eliminati i voucher al fine di stroncare alcuni abusi, sui quali si doveva e poteva intervenire con opportuni e semplici correttivi, si pone oggi in tutta la sua attualità il problema dell’alternativa. Come si ricava dalle stime dell’Unione Artigiani di Milano, nel settore sono circa 7mila i lavoratori lombardi e 4.500 le aziende interessate dalla questione, per un milione e 700mila ore di lavoro nel 2017. Nell’Area metropolitana parliamo di 2.300 addetti e 1.500 imprese. Nella sola Milano, circa 800 i lavoratori e 500 le ditte che quest’anno non sapranno cosa fare per regolare poco meno di 200mila ore di lavoro accessorio. Al momento, le reazioni hanno portato spesso alla rinuncia delle imprese ad affidare questi piccoli lavori o, peggio, al ricorso al lavoro nero. Una sconfitta, che non può trovare riscatto attraverso l’applicazione di strumenti oggi esistenti.

Il pesante aggravio burocratico e oneroso di queste forme è lampante. Per il lavoro interinale, l’aumento del costo delle prestazioni è pari al 25%, e non sono soldi che finiscono nelle tasche di chi lavora, ma delle società che fanno da intermediarie in rapporti che non ne hanno mai avuto bisogno. Peggio per il lavoro a chiamata, dove comunicazioni all’ufficio dell’impiego, cedolini paga, adempimenti vari, impongono di affidarsi a un professionista, sempre con aumenti di costi che non vanno per nulla a vantaggio delle imprese né, soprattutto, degli addetti. E con la beffa mortificante per cui il ricorso al lavoro a chiamata non è possibile per chi ha più di 25 anni o per chi non ne ha ancora compiuti 55, a meno di non rientrare nell’arcaico elenco di prestazioni lavorative di un Regio Decreto del 1923. Che prevede maniscalchi e stallieri, ma non i mestieri di oggi: 94 anni fa, d’altronde, non erano ancora contemplati lavori quali, per esempio, il fattorino per la consegna delle pizze a domicilio, il dj nelle discoteche, il tecnico informatico per siti Internet. Nel trasporto, poi, il lavoro a chiamata è pure espressamente vietato. Dinamiche moderne e attuali trovano risposte quasi ottocentesche. Chi ha davvero a cuore il problema dell’occupazione dovrebbe rendersi conto delle responsabilità che si assume.