Milano, 7 lugio 2017 - I politici del poi ingaggiano battaglia contro se stessi. L’ultimo caso è di due giorni fa. Parlando della missione europea di salvataggio in mare Triton e delle Ong, Emma Bonino ha dichiarato: «Bisogna che ci diciamo che nel 2014 e nel 2016, che il coordinatore fosse a Roma, alla Guardia Costiera, e che gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia, lo abbiamo chiesto noi». Vero. Più che con l’Europa, dunque, il governo del Pd dovrebbe prendersela con se stesso. Non è un caso isolato. Si polemizza, oggi, con il regolamento di Dublino che obbliga all’accoglienza il primo Stato europeo dove gli immigrati mettono piede, ma allora perché quando le regole di Dublino sono state ridiscusse l’Italia non ha eccepito nulla? È capitato nel 2003, governo Berlusconi, e nel 2013, governo Letta. E nessuno previde il problema.

È andata così anche col famigerato bail in, la regola europea in base alla quale se una banca fallisce a rimetterci sono i suoi azionisti, obbligazionisti e correntisti. La norma è passata al vaglio del parlamento senza sollevare dubbi, ma quando è stata applicata alle banche di Arezzo, Ferrara, Chieti e Marche apriti cielo: tutti lì a contestarla. Così come oggi tutti contestano il fiscal compact, che impone agli Stati europei un piano draconiano di rientro dal debito pubblico, ratificato quasi all’unanimità da Camera e Senato nel 2012 senza che un solo leader prendesse la parola in aula. Storia antica. Il Trattato di Maastricht che nel ‘92 diede vita alla Comunità europea era stato appena firmato e l’allora governatore di Bankitalia Guido Carli annotò sul proprio diario: «La classe politica italiana non si è resa conto che, approvando il trattato, si è posta nella condizione di aver già accettato un cambiamento di una vastità tale che difficilmente vi sarebbe passata indenne». Lo capirono con Mani pulite. La storia si ripete: governi diversi, analoga miopia. E quel senno del poi di cui, come è noto, son piene le fosse