Milano, 30 giugno 2017 - All'articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) è scritto che le politiche dell’immigrazione «sono governate dal principio di solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri». Con tutta evidenza, gli Stati membri se ne infischiano. Da anni dicono belle cose tipo «non lasceremo sola l’Italia», da anni alle parole non seguono i fatti. Nel 2015 gli Stati membri, membri di cosa?, vien da chiedersi, siglarono un accordo per la ricollocazione di 160mila migranti sbarcati in Italia e in Grecia. Poi l’impegno fu ridimensionato a 98mila. Risultato finale: ne sono stati ricollocati poco più di 17mila. È dunque ufficiale, l’Europa non esiste. La sua parola non ha alcun valore, le regole che si è data non vengono rispettate. L’Europa, pertanto, è un bluff.

Tuttavia, si pretende che l’Italia rispetti il regolamento di Dublino, in base al quale a farsi carico degli immigrati irregolari e dei richiedenti asilo deve essere il primo Paese europeo dove hanno messo piede. In due casi su tre, l’Italia. E noi, zelanti, ubbidiamo. Ubbidiamo pur sapendo che due anni fa la Commissione europea ha pubblicato la “European agenda on migration”, dove si ammette che «le norme di Dublino non stanno funzionando come dovrebbero». Ubbidiamo pur sapendo che, anche se rimaneggiate due volte (nel 2003 e nel 2013), le regole di Dublino risalgono al lontano 1990, quando in Italia governava Andreotti, quando l’Europa era composta da 12 Stati e quando l’immigrazione irregolare era ancora un fenomeno a dir poco marginale. Ubbidiamo pur sapendo che nel 2015 la Germania ha violato le regole di Dublino spalancando le porte agli immigrati siriani. Morale della favola: in materia di immigrazione, e non solo, le regole europee sono vecchie, non tengono conto della realtà e comunque non sono vincolanti. Non per gli altri, almeno