Milano, 10 settembre 2017 - Le prospettive di crescita in Italia si rafforzano, l’occupazione nel Belpaese aumenta. A leggere le ultime note diffuse dall’Istat, riprese con enfasi dal governo, sembra che nel nostro Paese si sia innescata una ripresa concreta, benché in pochi sembrano essersene accorti. I numeri direbbero che stiamo bene, o almeno che siamo sulla via della guarigione da una crisi che si trascina dal 2008 e che ha messo al tappeto migliaia di imprese, soprattutto piccole e medie, alle quali è stato riservato un silenzio totale rispetto ai grandi casi di Alitalia e delle banche. Eppure la percezione della gente che si incontra per strada non sembra indurre all’ottimismo. Secondo l’Istat, il quadro internazionale caratterizzato dall’espansione dell’economia statunitense e dell’area euro pare influire positivamente anche sull’Italia, che ha segnato un +0,4% del prodotto interno lordo nel secondo trimestre del’anno e una crescita tendenziale del +1,5% rispetto all’analogo trimestre del 2016, la più alta degli ultimi sei anni.

Sulla base di queste percentuali, il clima di fiducia dei consumatori avrebbe registrato un forte aumento, così come quello delle imprese, dove spiccano la manifattura e i servizi. Ancora male, invece, per le prospettive che riguardano l’edilizia e il commercio. Di pari passo, il lavoro registra un livello di occupazione che ha superato i 23 milioni di unità, soglia oltrepassata solo nel 2008, per poi segnare una curva inesorabilmente inclinata verso il basso fino a oggi. La crescita congiunturale dell’occupazione interessa tutte le classi di età, ad eccezione dei 35-49enni, e riguarda esclusivamente la componente maschile. Per le donne si assiste a un calo. A crescere sono gli occupati ultracinquantenni e la fascia giovane del primo impiego (15-24 anni), mentre calano le età centrali. La matematica ci dice che tutto va bene, la realtà quotidiana il contrario.

È recente la notizia secondo la quale la Lombardia è la regione che versa più tasse allo Stato ricevendo, in cambio, meno trasferimenti in termini di spesa pubblica. In questi anni, infatti, il residuo fiscale ha qui raggiunto la cifra record di 54 miliardi. Il valore in assoluto più alto tra tutte le regioni italiane. Un’immensità anche a livello europeo, se si pensa che due regioni tra le più industrializzate d’Europa come la Catalogna e la Baviera hanno rispettivamente un residuo fiscale di 8 miliardi e 1,5 miliardi. Col termine residuo fiscale s’intende la differenza tra quanto un territorio versa allo Stato sotto forma di imposte e quanto riceve sotto forma di spesa pubblica. Se il residuo fiscale ha segno positivo, il territorio versa più di quanto riceve; se c’è un residuo negativo il territorio riceve più di quanto versa. Ecco, forse è questo elemento a far storcere il naso di cittadini e imprese di fronte ai pomposi e rosei dati dell’Istat. Una sensazione di ingiustizia tributaria diffusa, di spesa pubblica centrale improduttiva e fuori controllo, a fronte di una morsa fiscale sempre più stringente su chi produce.

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