Milano, 6 agosto 2017 - Se avesse voglia di impegnarsi sui compiti per le vacanze, la politica italiana potrebbe concentrarsi sulla proposta di legge sulle auto elettriche per la pubblica amministrazione. La discussione è slittata a settembre. E mentre l’obbligo di dotare le strutture di veicoli ecologici resta fissato al 2020, manca ancora la copertura economica per costruire le necessarie stazioni di ricarica. Il rischio, insomma, è che ancora una volta i bei progetti restino sulla carta e che la Pa non riesca a convertirsi al nuovo sistema. Già nel 2012 erano stati stanziati 50 milioni di euro. Soldi spesi solo in piccolissima parte. Per la precisione, solo gli spiccioli necessari a pagare il costo per la pubblicazione di un bando per la formulazione di progetti di mobilità elettrica nelle città a più alta densità di traffico. Il bando, lanciato dal ministero per le Infrastrutture, è rimasto lettera morta. Qualcosa di già visto. 

Come per la banda larga, di cui si parlava già dieci anni fa, l’innovazione dovrebbe seguire strade virtuose, ma la politica preferisce investire diversamente. Su obiettivi che fruttino sul piano elettorale. Progetti che invece migliorerebbero il Paese e assicurerebbero risparmi vengono snobbati dalla politica, troppo concentrata su mosse che portano voti. Le auto elettriche, si sa, daranno frutti in un futuro non vicinissimo. Troppo tardi per una politica utilitaristica, che vuole risultati a breve termine. Al di là di qualche esempio positivo - per esempio, il Senato si è già dotato di qualche veicolo elettrico in sostituzione delle auto blu - siamo indietro. Il 10 luglio il Comitato interministeriale per la programmazione economica ha approvato uno schema sugli interventi di realizzazione del piano nazionale ricariche. Qualcosa, dunque, sembrava muoversi. Ma rimane l’insensibilità della classe politica ad accelerare questi processi per quello che di positivo rappresentano, a prescindere dal fatto che a raccoglierne i frutti possa essere o meno chi siede al governo oggi.

Cambiare si può. Iniziando, magari, a individuare temi trasversali sui quali tutte le forze politiche possano impegnarsi ad approvare all’unanimità provvedimenti utili per tutti. Un impegno da stabilire prima delle elezioni politiche, nell’interesse dell’intera collettività e al di là del colore politico. Evitando così di rivivere la sceneggiata vista prima sulla banda larga e poi sulla digitalizzazione. Belle intenzioni rimaste tali col solito alibi della mancanza di risorse. Ma se i soldi per un progetto mancano è solo perché si fanno scelte diverse, come quella degli 80 euro, sempre di corto respiro. Incapaci, cioè, di produrre ricchezza e di far crescere il Paese. Questa volta c’è tempo per rimediare a ritardi e incertezze. E c’è tempo per far sì che la scadenza del 2020 non venga posticipata. Questa fine legislatura è sufficiente per approvare in via definitiva la proposta di legge appena rinviata a settembre. Un punto di partenza imprescindibile perché la nuova legislatura possa poi impegnarsi a trovare tutti i fondi necessari. 


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