Milano, 3 settembre 2017 - Innovare per competere dovrebbe essere un imperativo ben chiaro a tutti i componenti del sistema-Italia, ma pare che qualcosa - anzi, molto - non funzioni. Secondo una ricerca Ricoh-Censuswide, la mancanza di innovazione tecnologica in Europa, ma soprattutto in Italia, è una delle cause principali di sensibili perdite di fatturato: 13 milioni di euro in media all’anno, circa due per ogni azienda. L’Italia si posiziona in testa a questa non invidiabile classifica, secondo cui le nostre piccole e medie imprese “rinuncerebbero” al 18% del proprio fatturato proprio a causa della mancata innovazione. La stessa Commissione Europea mette in guardia circa l’arretratezza complessiva delle pmi del vecchio continente in tema di innovazione, individuando in questo gap il fattore principale di ostacolo alla crescita industriale. In questo contesto il nostro Paese, che ha la peculiarità di basare il sistema economico sul 98% di aziende micro, piccole e medie, arranca più della media Ue.

Le politiche europee di sostegno all’innovazione finora non hanno dato risultati confortanti, soprattutto a causa della frammentazione dei sistemi fiscali e della difficoltà di dar vita un mercato unico digitale. Le piccole dimensioni delle nostre aziende da un lato le rendono elastiche e flessibili, dall’altro condizionano la spinta propulsiva verso l’innovazione. Gli imprenditori che dovrebbero progettare e attuare questi processi sono spesso soli, devono guidare l’azienda e al contempo lavorarci. E il tempo, prima ancora che le risorse economiche, impedisce loro di concentrarsi anche su questi obiettivi. In primis però, è il fattore culturale a rappresentare il freno maggiore. È un dato ormai assodato che in Italia la classe imprenditoriale medio-piccola e artigiana sta invecchiando: le aziende “storiche” non innovano, o lo fanno in misura ridotta, perché chi le guida pensa all’immediato futuro personale della pensione piuttosto che a quello strategico della ditta. Nel contempo nascono sempre più imprese con titolari di origine straniera, ma dal livello tecnologico e innovativo scarso. Gli incentivi all’innovazione, troppo frammentati, non riescono a spingere e convincere molti imprenditori a investire. E su questo giocano un ruolo negativo anche le poche prospettive di medio-lungo termine di un Paese che in tema di semplificazioni, liberalizzazioni e diminuzione del peso fiscale in parallelo al taglio della spesa pubblica improduttiva ha fatto poco o nulla. Due temi chiave non potranno non avere rilievo nei prossimi anni: la costruzione di connessioni e reti nazionali (con le Regioni chiamate a inserire questo tema nella programmazione strategica) e internazionali, che impegni in “squadra” imprese, pubblica amministrazione, centri di ricerca, università. E lo sviluppo della cultura digitale per tutta la popolazione. Il successo innovativo italiano non passa da singole eccellenze come startup e pmi straordinarie, ma da una pervasività profonda e omogenea dell’innovazione su tutto il complesso sistema economico del Paese.