Milano, 1 luglio 2017 - Quattro mine piazzate dentro il bilancio di Pedemontana. Una, nascosta sotto uno strato di terra e detriti, posata sul percorso dell’autostrada delle polemiche nel lontano 1976, quando la diossina uscì dal maledetto reattore dell’Icmesa di Meda. Nella relazione di Roberto Pireddu, il perito scelto dai pm di Milano per accompagnare con una relazione la richiesta di fallimento dell’azienda della Regione, traccia un panorama dei punti critici per i quali - secondo la tesi della Procura - la società sarebbe «insolvente» e «senza i mezzi per proseguire l’attività».

Fra questiI, uno è proprio quello legato al veleno del disastro di Seveso di quarantuno anni fa. Non sarebbero stati appostati nel già traballante bilancio i fondi necessari alla gravosa e crescente necessità economica legata alla bonifica del terreno contaminato. A pesare nella richiesta, stando al tecnico di parte, un paradosso frutto del sistema ad alta tecnologia con cui l’autostrada gestisce i pedaggi. Niente caselli, ma un sistema telematico, gestito attraverso registrazione e pagamento elettronico. «Con difficoltà tecniche notevoli nel recupero dei mancati pedaggi», dice il perito. Già, le auto in transito.

Nell’ultimo bilancio Pedemontana, quello del 2016, dà segni di ripresa. Ma le analisi della Procura dicono che gli obiettivi del 2014, sui quali si basano i presupposti economici della società, non sono stati centrati che per il 50 per cento. Soldi che mancano, in una situazione descritta con l’aggravio di un perenne deficit. Ma delle quattro bombe nascoste sotto la linea di galleggiamento della corazzata pubblica la più pericolosa è quella che viene dall’Austria, sede di Strabag, l’azienda che ha vinto l’appalto sui lavori. Una concessione contestata, un progetto «in parte inadeguato», su cui è in corso un contenzioso miliardario. «Per il quale non sono state appostate riserve in caso di risarcimento nel bilancio».