Milano, 25 aprile 2015 - Scrivere e riscrivere. Cercare nuovi punti di vista, leggendo meglio un documento o una testimonianza. E collegare alla Storia ufficiale (le battaglie, le conquiste, i sovrani, gli eroi...) le storie degli uomini e delle donne comuni. I monumenti. E la vita reale. È un grande mestiere, fare lo storico. Mario Isnenghi, professore a Venezia, ne dà un’originale riprova in “Ritorni di fiamma”, Feltrinelli. Proprio in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, accanto alle manifestazioni ufficiali e alle occasioni di seria riflessione critica sulla nostra storia, sono emerse tendenze e tentazioni di nostalgie borboniche o papaline, strampalate rivendicazioni regionalistiche e un disinvolto “revisionismo storico” che ha spacciato “fattoidi” per fatti. Il problema, racconta Isnenghi, è la mancata elaborazione di una buona “memoria condivisa” e la tendenza diffusa, nell’Italia del “particulare”, a privilegiare come assoluti punti di vista parzialissimi. Storia da rileggere dunque, anche nelle fughe e nelle fratture, da Garibaldi a Giolitti, dal brigantaggio meridionale alla “vittoria mutilata” dopo la Grande Guerra, dal fascismo alla Resistenza come “guerra civile” ma anche come fondamento della democrazia repubblicana, sino alle tempestose vicende del terrorismo visto dalla parte delle vittime (belle le pagine di Lucia Pinelli e Gemma Calabresi, sullo sfondo della strage di Piazza Fontana). Sino alle soglie dell’attualità. “Come eravamo” ma anche le illusioni di “come avremmo potuto diventare”. -

È ancora controverso, il passaggio di testimone generazionale. E dolente. Lo si riscontra anche quando ci si inoltra nella “storia di italiani non illustri”, con le belle pagine di “Ogni altra vita” (Il Saggiatore) di Paolo Di Stefano, giornalista e scrittore: si comincia con un bambino della Sicilia poverissima d’inizio Novecento, si finisce con “Veronica jumping” in Valgardena, “per raggiungere il culmine devo buttarmi senza mai guardare giù, e neanche su”, in una sorta di metafora del precipizio incurante della Storia. In mezzo, il farsi e il disfarsi dell’Italia, tra campagne abbandonate e fabbriche scoperte, moto Guzzi e auto Fiat, treni dal Sud, metropoli sognate e sofferte. Epopea di gente comune. Felice ma anche ferita dalla vita. Lo dicono pure le “Storie scritte sulla sabbia” di Gaetano Cappelli per Marsilio. Le vicende sono di fantasia. L’Italia di provincia, velleitaria e volgare, sbruffona e rancorosa, invece è vera. Uno scrittore torna nella Basilicata d’origine, per un premio dai futili fasti dell’amarcord. Un altro scrittore scrive a Capri una storia di fantasia che sconvolge una vita vera. Tradimenti e ambiguità.

“C’è sempre qualcosa che non funziona...”. Ma cosa dicono di noi i nostri cognomi? Nomina come consequentia rerum? Non solo questo. Roberto Bizzocchi, professore a Pisa, esperto di storia politico-culturale e sociale, in “I cognomi degli italiani”, (Laterza) ricostruisce un intero millennio di fatti e voci attorno alla costruzione dell’identità onomastica, tra famiglie, mestieri, origini territoriali. Indaga su testamenti e atti di compravendita, editti e censimenti, scelte della Chiesa e burocrazie dell’assolutismo illuminato, razionali riforme napoleoniche, nazionalismi linguistici e uffici civili dello Stato unitario, emigrazioni e immigrazioni, per arrivare ai cognomi di oggi, dal sapore di multiculturalismo. Per secoli, la discendenza è segnata dall’identità paterna. Oggi si discute della trasmissione del cognome materno. La civiltà è movimento. I nomi ne sono testimoni.

di Antonio Calabrò