13 agosto 2017, Ponte di Legno (Brescia) -  La montagna e Bach, il pianoforte e i suoi interpreti. Nel centenario dell’incendio che distrusse Ponte di Legno, durante la Grande Guerra, e nel venticinquesimo anniversario della scomparsa di don Giovanni Antonioli, storico parroco della cittadina montana, concerti, incontri all’insegna della grande musica. Un piccolo festival ideato dal gruppo “Arriva Italia” con la consulenza artistica del pianista di fama internazionale Ramin Bahrami, splendido interprete del genio di Lipsia. Questa sera, alla Sala Paradiso dello storico hotel Mirella, un concerto a quattro mani di Bahrami e del suo ventiduenne allievo Andrea Palermo; domani una tavola rotonda sull’attualità dei grandi compositori con l’artista di origine iraniana e Pier Carlo Orizio, direttore d’orchestra e direttore artistico del Festival di Brescia e Bergamo. Gran finale mercoledì 16 con un concerto di Bahrami dedicato al “fuoco sacro”. «Suonerò Rachmaninov, Tchaikovsky, Sibelius, autori nordici che amo particolarmente: mia madre è di origini russe, la lungimirante cultura di quel mondo ha influenzato la mia vita artistica. Sono un esule, come posso non sentire mia la malinconia dell’esule Rachmaninov?».

Si esibirà con un suo allievo. Come si giudica come insegnante?

«Sono democratico, cerco di donare ai giovani stimoli e riflessioni. Ho avuto la fortuna di studiare con Weissenberg, che diceva: “Esistono mille tecniche, non una sola. Ognuno deve trovare la propria, per questo esistono svariate interpretazioni”. Andrea Palermo, filosofo e studente in medicina, è la prova che anche allontanandosi dagli studi musicali classici si può essere ottimi interpreti. Suonare non significa praticare uno sport, nell’interpretazione ci deve essere l’anima, non la prestazione agonistica».

Il pubblico estivo è diverso da quello invernale che incontra nei grandi auditorium?

«Sì, in estate gli spettatori sono più distesi, si lasciano abbracciare dalla musica. I concerti di classica devono aprirsi ai giovani, alle famiglie con bambini, in Italia il pubblico è spesso anziano, nelle sale c’è formalità. I ragazzi non devono essere intimiditi ma avvicinati».

È per questo che ha inciso con il pianista jazz Danilo Rea, l’album “Bach in the air”(Decca)?

«È un invito a tutti quelli che non conoscono Bach: ascoltatelo. Una nota bachiana e una di jazz, nel grande rispetto della sua musica, insieme abbiamo cercato di arrivare alle corde più nascoste di ogni ascoltatore. Bach ha scritto per ognuno di noi».

Arturo Benedetti Michelangeli è stato, anche, un grande alpinista. Lei che rapporto ha con la montagna?

«Benedetti Michelangeli è un mostro sacro, ancora oggi irraggiungibile: è stato il Michelangelo, il Leonardo del pianoforte. Per lui nutrirò sempre un’ammirazione sconfinata ma non credo sarò mai un alpinista. Sono pigro e contemplativo, scalo le cime con lo sguardo. Adoro la nostalgia, la malinconia che a volte la montagna ispira ma difficilmente intraprendo lunghe e faticose camminate, almeno per ora».