Milano, 13 giugno 2015 - Tre parole secche, nel titolo, “Ascesa e declino”. Per una “Storia economica d’Italia”. E 385 pagine leggibilissime e ben documentate, pubblicate da IlMulino. Ecco il nuovo libro di Emanuele Felice, uno dei nostri migliori economisti. Si parte da lontano, da una “prospettiva millenaria” (l’Italia romana, il Medio Evo, il Rinascimento e il difficile percorso “verso l’Italia moderna”). Ci si sofferma sull’Unificazione nazionale e i suoi limiti (una classe dirigente agraria e scarsamente attenta, dopo la prematura morte di Cavour, ai temi della modernizzazione e dei mercati internazionali), sui ritardi ma poi anche sull’impeto dell’industrializzazione a cavallo tra Ottocento e Novecento, sulle evoluzioni e involuzioni economiche e sociali delle guerre e del fascismo. E si racconta il dinamismo della ricostruzione, del boom economico e dei controversi anni Settanta. Poi, “l’Italia nella globalizzazione”. E, dopo l’ascesa d’un Paese che diventa industriale e benestante, ecco “il declino”, soprattutto per carenza di riforme strutturali (fisco, pubblica amministrazione, formazione, ricerca, spesa pubblica da arginare) necessarie ad adeguare l’economia e le istituzioni alle sfide poste dall’innovazione tecnologica e dalla competizione internazionale. Crisi di modernizzazione istituzionale e politica, dunque. Irreversibile? No. A patto “di dotarsi degli stessi fondamentali su cui poggiano le economie forti del continente europeo”. È “la strada più difficile da seguire per la classe dirigente, politica e imprenditoriale”. E su cui dunque avviare un discorso pubblico consapevole e critico. Il libro di Felice ne è ottimo strumento. La storia economica si può anche ricostruire sui caratteri dei protagonisti, gli imprenditori.

E tornano utili, allora, i buoni romanzi, come “Era l’anno del sole quieto” di Carlo Bernari, pubblicato nel 1964 e adesso rimandato in libreria da una piccola casa editrice, Hacca, che delle ripubblicazioni di qualità ha fatto una sua meritoria missione. In pagina, le disavventure del professor Rughi, uomo del Sud che ha avuto una certa fortuna al Nord e prova a tornare nelle sue terre, in un’immaginaria ma realistica Apragopoli, e aprire un’impresa. Tentativo vano, tra faccendieri, amministratori corrotti, banchieri avidi, grettezze contadine, clientele pigre e fameliche. La fine? Una sconfitta, un disastro. Ma c’è anche del vitalismo, da raccontare. Come quello che anima “L’estate infinita” di Edoardo Nesi, per Bompiani: un imprenditore tessile che pensa in grande, un costruttore spregiudicato, un capomastro intraprendente. Dieci anni, dal 1972 al 1982. Affari, amori, amicizie, tradimenti. E soldi, tanti, “perché solo una spesa davvero esosa può arrivare a diventare gloriosa, memorabile, e dunque necessaria…”. Cosa resta, di quell’Italia? Malinconie, macerie. Ma anche, nei casi migliori, un buon tessuto industriale. Nonostante tutto. Bisogna dunque rileggere i segni dei nostri anni. Guardarne tutti i risvolti. Come fa Gianni Puglisi, filosofo e rettore dell’università Iulm di Milano, in “Il tempo della crisi”, Sellerio: opinioni controcorrente, analisi del degrado di etiche pubbliche e private (“l’intelligenza non si compra a rate”), critiche all’ingiusta distribuzione delle ricchezze, riflessioni sul potere e caute speranze, legate alla capacità d’indignazione e critica. Con una conclusione che riporta all’articolo 1 della Costituzione, “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro…”. Lavoro, dignità, partecipazione, sicurezza. Rieccoci alla buona economia. 

di Antonio Calabrò