Milano, 22 novembre 2015 - “Quando l’isola apparve all’orizzonte, sembrava poggiasse sulle nuvole. Era leggera come un sogno. Ma Kee sapeva che i sogni possono trasformarsi in incubi. Si avvicinò con cautela”. Marco Steiner con Oltremare, Sellerio, torna per la seconda volta alle avventure del giovane Corto Maltese. Ed è il buon ritorno d’un viaggio che ha già dato grandi soddisfazioni ai lettori e altre ancora ne promette. Steiner sa interpretare le tensioni letterarie, storiche e geografiche che ispiravano Hugo Pratt. E trasferirle, con l’autonomia che i grandi personaggi meritano, in Corto. Viaggio e racconto, appunto. Tra verità e fantasia, vita vissuta e ironica e divertita immaginazione (anche i dialoghi e le frequentazioni sulla pagina Facebook di Corto Maltese aiutano confronti e suggestioni). Capitan Kee, in questo libro, con la sua nave lascia la Sicilia, veleggia verso la Grecia (dove si recupera una preziosa statua romana) e si ritrova nel bel mezzo di un’avventura in cui si mescolano archeologia, contrabbando, lotte anticolonialiste, azzardi e mercati infidi. A bordo, ci sono anche il figlio Bertram e il suo amico Corto Maltese adolescente. Da Istanbul a Venezia, dalla prigione di Poulo Condor in Vietnam al delta del Mekong s’incontra di tutto. E alla fine “erano tutti rasati, vestivano tute arancioni, sembravano cinque monaci. Nessuno di loro si voltò indietro”. Andare. E navigare, appunto.

Come fa l’uomo protagonista de Il racconto dell’isola sconosciuta di José Saramago, Feltrinelli. Che va “alla porta delle petizioni” per chiedere al re una barca. Insiste. E la ottiene, vincendo la ritrosia del sovrano attento solo a indugiare davanti alla “porta degli ossequi”. Eccola, dunque, una vecchia caravella, con cui solcare il mare alla ricerca “dell’isola sconosciuta”. La si arma, la si prepara, si riordinano le vele, si fanno provviste. E si salpa. Poi… Conta molto di più il viaggio dell’approdo, fa capire Saramago. Isola per isola, si può volgere lo sguardo verso le Galápagos, con il romanzo di Kurt Vonnegut che da quell’arcipelago prende il nome ed è ripubblicato da Bompiani. Un naufragio provvidenziale salva un gruppo di viaggiatori d’una crociera di lusso. Il mondo si spopola, per colpa d’un virus sterminatore. E i superstiti, lì, in quelle isole, devono ricominciare a imparare a vivere. Scompare, la dimensione dell’esotico, lasciando il posto al dramma del disagio e del disadattamento. Che Vonnegut racconta da maestro, con sulfurea ironia.

C’è un volto oscuro della civiltà, che proprio il viaggio mette in luce. A patto di avere occhi buoni per andare oltre le prime immagini e guardare in profondità luoghi e persone. Come insegna Miguel de Unamuno in Essenza della Spagna, Bompiani, una raccolta di saggi del primo Novecento, curata per l’edizione italiana da Carlo Bo e adesso ripubblicata con una revisione di Giovanni Puglisi e una nota di Gabriele Miccichè: “La tradizione eterna”, “lo spirito castigliano”, “mistica e umanesimo”, “la crisi del patriottismo”, “l’individualismo spagnolo”, le questioni dell’anima spagnola e dell’europeizzazione. Un classico. Che vale la pena rileggere con attenzione: l’identità del paese con un forte senso di sé è composita, densa di contraddizioni, alcune delle quali si sciolgono nel tempo, nel fluire delle generazioni e altre invece restano salde, incrociano in modo contorto memoria e possibilità di futuro. Qui il viaggio si rivela tutt’altro che semplice e lineare. Perché “regionalismo e cosmopolitismo sono due aspetti della stessa idea”. Lezione ancora attuale.