Milano, 15 gennaio 2017 - FIGLI. IN CERCA di sicurezza, ma anche d’identità. Nella controversa relazione con i padri. Ci si sfida e ci si ritrova sul mare. Come racconta “Il passaggio” di Pietro Grossi, Feltrinelli. Protagonisti Fabio e Carlo Giorgi, alle prese con un difficile viaggio su una barca a vela, il “Katrina”, dalla Groenlandia al Canada, attraverso il “passaggio a Nord Ovest” prima che venga ostruito dai ghiacci. Diversissimi, i due: «Per me una regata era un elegante incrocio tra gli scacchi e la danza classica, per lui un incontro di pugilato dei primi del Novecento», dice Carlo. Il viaggio diventa un ritrovarsi, dopo anni di distanza. Rivivere taglienti conflitti. Ma anche provare a riconoscersi. Confessa Carlo: «Sapevo che sarebbe arrivato, il tempo in cui fare i conti con la distaccata consapevolezza di trattare chi mi aveva messo al mondo per ciò che era… di collocare al posto giusto le intolleranze, le frustrazioni, le distanze». Il viaggio è prova. Ma anche riscoperta. Con una consapevolezza finale: «Mio padre era uno di quegli uomini dalla vita straordinaria… Persone costrette a credere che i sogni si avverano… Quanto mi ero sentito aggredire dall’eccezionalità di quella vita. Adesso invece mi commuoveva». Un padre e un figlio anche ne “Il fiume”, di Marco Lodoli, Einaudi. Roma, tardo pomeriggio di domenica. Alessando e Damiano passeggiano lungo il Tevere. Quando a un tratto il bambino, mentre si sporge a guardare un’anatra, viene inghiottito dal fiume. Alessandro resta impietrito. Ed è uno sconosciuto a lanciarsi nelle acque scure e torbide, riportare in salvo Damiano e poi sparire.

TUTTO in una manciata di istanti. Che cambiano la vita. «Tu sei mio padre e hai avuto paura», sente Alessandro, nei pensieri del figlio. Che dice solo, con insistenza: troviamo quello sconosciuto, per ringraziarlo. Comincia così una ricerca affannosa, tra un palazzo nobiliare abitato da dementi nel Ghetto e la casa d’un medico clandestino dalle parti di piazza Vittorio, da una roulotte all’Acquacetosa all’Olimpica. Labili tracce. Sino all’alba del “grazie”. Un viaggio. Una “vita tra la pena e l’amore”, da vivere senza restare immobili. Definendo così l’essere uomo. E padre. Nulla sa del padre, invece, Amerigo, protagonista di “Stirpe Selvaggia” di Eraldo Baldini, Einaudi. Finché scopre, durante uno spettacolo del “Wild West Show” a Ravenna, d’essere figlio di Buffalo Bill, frutto d’una notte d’amore americana. Se n’è ritornata in Italia, la madre, incinta. E ha allevato da sola il bambino, a San Sebastiano in Alpe, borgo selvatico ma accogliente sull’Appennino. Una scoperta sconvolgente, quel padre, per Amerigo, anche se non viene riconosciuto. S’è aperto comunque un mondo. E non è il padre a segnare i ricordi del bambino. Ma gli indiani del suo show, fieri e battaglieri, che rimarranno punto di riferimento in una storia che si snoda dai primi del Novecento alle trincee della Prima Guerra Mondiale, dall’avvento del fascismo alle ultime pagine sulla Resistenza. Padri mancati. E padri ideali trovati. Ma cosa definisce l’essere “buoni genitori”? Prova a farlo Chiara Saraceno, una delle migliori sociologhe italiane, in “Mamma e papà” ovvero “Gli esami non finiscono mai”, Il Mulino. Fuori dagli stereotipi e dalle ricette facili e tenendo in gran conto le evoluzioni delle famiglia (compreso l’effetto delle tecniche di riproduzione assistita), si insiste sulle qualità dell’”essere generativi”: «Non si può essere generativi se non si hanno a cuore sia la sicurezza sia la libertà dei figli e se non le si coltiva entrambe».