Mantova, 10 settembre 2017 - La Milano di Alberto Rollo non si trova sulle copertine delle riviste glamour, i turisti giapponesi (ma anche gli altri) non riuscirebbero a fotografarla, Al Festivaletteratura, l’ex dirigente editoriale di Feltrinelli, al suo primo e forse unico lavoro letterario (si chiama appunto ‘Un’educazione milanese’ ed è uscito per Manni, un piccolo editore pugliese, omaggio alle origini della famiglia dell’autore) parla della Milano che la sua generazione ha avuto modo di vedere e della quale è rimasto forse solo il ricordo. Classe 1951, figlio di un operaio metalmeccanico (“della ditta Anceschi” ricorda orgoglioso) e di una sarta, Rollo vive e respira nella periferia degli anni del boom. Le luci di Motta e Rinascente sono lontane.

«Milano è difficile da dire, difficilissima. Le radici in un paesino si trovano subito, nella metropoli devi cercarle e auscultarle per comunicare ciò che ti lega a essa». Rollo rifugge dal cliché meneghino fatto di dialetto, operosità e altri luoghi comuni: «La mia è stata un’educazione milanese operaia - racconta -. Nella prima parte del libro parlo delle domeniche con mio padre. Mi caricava sulla sua Guzzi rossa e giravamo: in centro, certamente, ma soprattutto lungo le mura delle grandi fabbriche: la Pirelli, la Falck, l’Alfa Romeo. Erano vuote nei giorni festivi ma lui mi diceva che lì dentro c’era gente che ‘sa cos’è il lavoro’». L’autore definisce queste gite a tema l’’educazione al comunismo’ che arrivava dalla sua famiglia: «Allora non conoscevamo quella che oggi si chiama invidia sociale. Vivevamo con fierezza la nostra condizione, la fabbrica era un tessuto connettivo vivo. Questo sistema di valori sfociava in un enorme sentimento di appartenenza alla città».

Ma il libro di Rollo non si esaurisce nella Milano delle grandi industrie e della divisione di classe. Il passo successivo è la fusione sociale che si realizza, e non solo a Milano, nella scuola tra gli anni Sessanta e Settanta. In questo periodo il giovane Alberto incontra un amico appassionato d’architettura che lo coinvolge e lo trascina per la città alla ricerca di scorci del passato ma anche di idee per il futuro: «Io studiavo Lettere, Marco da architetto. Eravamo convinti che lo sviluppo sociale passasse attraverso la forma architettonica: fino al 1975 giravamo per ponti e cavalcavia per osservare dall’alto la struttura urbanistica». Nel libro Rollo parla di “Prospettive boccioniane” alludendo al grande maestro futurista e alle sue vedute di capannoni industriali. L’avventura con Marco finisce tragicamente nel ‘75 quando l’amico, a 25 anni, muore in un incidente. La ricerca di Rollo si interrompe e riprende negli anni più recenti analizzando il nuovo sky line della Milano 2.0.

Nella sua chiacchierata sul capoluogo lombardo Rollo a Mantova è stato accompagnato da Gaia Manzini, autrice milanese che ha presentato il suo lavoro più recente (‘Ultima la luce’) pure ambientato a Milano. Ma una Milano profondamente diversa, quella che puoi trovare nell’intreccio di strade tra via Torino e corso Magenta con i suoi palazzi nobili nati attorno allei vestigia romane. O negli appartamenti borghesi «dove tutto è al suo posto» ma dove magari, come racconta la Manzini, affiorano terribili segreti.