Milano, 6 luglio 2014 - “Chiacchiere e tabacchiere di legno il Banco Napoli non prende in pegno”. Il motto popolare, diffuso nelle grandi città meridionali, era usato da Enrico Cuccia per criticare discorsi inconcludenti e fumosi progetti d’affari. E lo ricorda Giorgio La Malfa, nel suo “Cuccia e il segreto di Mediobanca”, Feltrinelli, nel tracciare il ritratto di un grande banchiere, rigoroso e ironico, tecnicamente competente ma anche ricco di una profonda cultura umanistica, insofferente verso “la cattiva politica” e geloso custode dell’autonomia di un istituto che per decenni è stato il cardine, nel bene e nel male, del capitalismo privato italiano. Un capitalismo fragile, “senza capitali”. E dunque bisognoso della tutela, dei consigli, dell’appoggio finanziario di una banca d’affari solida e lungimirante. Il ritratto di Cuccia finisce con l’intrecciarsi con la storia dell’economia italiana, dall’immediato dopoguerra (Mediobanca nacque nel 1946) agli anni Duemila. E La Malfa può fare affidamento non solo su esperienze di lavoro in Mediobanca e memorie personali (è figlio di Ugo, leader del Pri e ministro in vari governi, grande amico di Cuccia) ma anche su carte messe a disposizione dalla famiglia e su testimonianze dirette di protagonisti dell’economia e della politica. Si comincia con le origini (famiglia borghese siciliana, un nonno parlamentare liberale), la formazione (una laurea in giurisprudenza, un paio d’anni di giornalismo a “Il Messaggero”, gli impieghi alla Sudameris a Parigi e alla Banca d’Italia a Londra, prima di approdare all’Iri di Alberto Beneduce). E poi l’avventura di Mediobanca, voluta da Raffaele Mattioli, patron della Comit. L’istituto è il riferimento delle grandi imprese private italiane (Fiat, Pirelli, Olivetti, Montedison, Generali, etc.). E un baluardo contro gli avventurieri della finanza (come Sindona, il banchiere mafioso). Tempio riservato e discreto di rapporti d’affari internazionali. Ma anche luogo di ricerca sull’evoluzione dell’economia italiana, dal dominio dei “patti di sindacato” al dinamismo di mercato delle medie imprese, “multinazionali tascabili” che proprio Cuccia volle fossero studiate già negli anni 70. Un banchiere probo, dice La Malfa. E lungimirante: è del 1995 una lettera a Eric Roll, presidente della Warburg, in cui mette in guardia dalla “visione altamente soggettiva” di partner e manager delle grandi banca d’affari, “tentati dai benefici personali di rischi elevati mentre la loro banca dovrà sempre e in ogni caso assumersi i costi delle eventuali perdite”. Pensiero profetico, un buon decennio prima del crollo della finanza rapace di Wall Street? No. Lucidità di banchiere eticamente responsabile. 

Di queste caratteristiche si trovano conferme in alcuni scritti di Cuccia raccolti a cura di Sandro Gerbi e Giandomenico Piluso per Aragno, “Promemoria di un banchiere d’affari”.  Ma anche, come in un gioco di specchi, in “Gardini il Corsaro” di Alberto Mazzuca per Minerva Edizioni, “storia della dinasty Ferruzzi da Serafino alla Montedison e a Enrico Cuccia”.  E utile materiale di riflessione, sulla relazione tra banche, imprese e poteri pubblici, si trova nelle pagine di Paolo Leon, “Il Capitalismo e lo Stato: crisi e trasformazione delle strutture economiche”, per Castelvecchi. Storia e attualità su cui riflettere. 

di Antonio Calabrò