17 luglio 2017, Milano - Win Butler non ha più bisogno di raccomandare alla telecamera: «Ciao, ci chiamiamo Arcade Fire, cercateci su Google» come fece nel febbraio del 2011 dopo aver incassato, grazie a «The suburbs», un Grammy e un Brit Award nell’arco di due soli giorni. Oggi il ragazzone di Truckee, California, è un riferimento obbligato di quel suono con un piede nell’indie e l’altro nella musica da stadio che domani a San Siro trova uno stimolo in più nel pugno di assaggi del nuovo album «Everything now», sul mercato il 28 luglio col tocco di produttori quali Geoff Barrow dei Portishead, del bassista dei Pulp Steve Mackey e dell’altra metà dei Daft Punk Thomas Bangalter, oltre naturalmente a Markus Dravs, in cabina di regia pure nei tre album precedenti. Oltre all’eponimo stesso, lo show all’Ippodromo prevede infatti «Creature comfort» e «Signs of life», mandati in radio come singoli nelle scorse settimane alla distanza di quattordici giorni uno dall’altro.

Trapianto a Montreal dalla periferia petrolifera di Houston, nel Texas, dove è cresciuto assieme al padre geologo, Butler ha fondato gli Arcade una quindicina di anni fa. È stato proprio in Quebec, dove s’era trasferito per studiare «Interpretazione della scrittura», che Will ha incontrato la futura compagna d’arte e di vita Régine Chassagne, vocalist di estrazione jazz con un debole per i gruppi barocchi e medievali, dando vita a quel nucleo attorno a cui sono poi arrivati ad orbitare il fratello Win Butler e i canadesi Richard Reed Parry, Jeremy Gara e Tim Kingsbury.

I Coldplay hanno definito gli Arcade Fire «la più grande live band del mondo», David Bowie ha messo la voce in «Reflektor», gli U2 hanno prima usato la loro «Wake up» come introduzione del Vertigo Tour e poi hanno deciso di ospitarli come band di supporto, mentre Bruce Springsteen, oltre a rifare «Keep the car running», gli ha dato il consiglio su cui poggia ancora oggi il loro legame con i fans subalpini; se riuscite a guadagnarvi da vivere, l’Italia per il cibo, i paesaggi e la gente, è il paese dove vale la pena vivere. «Prima ancora che una band, ci sentiamo un gruppo di amici che amano passare il tempo assieme pure giù dal palco» assicura Butler. «Ad unirci è stata, infatti, la stessa visione dell’arte e della musica; e anche se abbiamo punti di vista e personalità diverse, è questa visione a rinsaldare continuamente il legame».