Mantova, 28 luglio 2017- Cosa saranno mai 56 milioni di dollari per una rockstar che ha scritto “Roxanne” ed “Every breathe you take”? Eppure Sting ha scelto lo stesso di disfarsi della bella casa di New York con vista su Central Park per acquistarne una a trecento metri di uguale prestigio ma un po’ meno oneri condominiali (10 mila dollari al mese debbono essere impegnativi pure per lui) vista la frenetica attività live che continua a tenerlo lontano da Manhattan buona parte dell’anno e stasera lo deposita a Mantova, nel salotto buono di Piazza Sordello, per chiudere la terna di grandi appuntamenti nobilitata pure da Elton John ed Alvaro Soler. Si tratta di una delle ultime date del «57th & 9th Tour» prima delle vacanze nel buen retiro toscano del Palagio e la ripresa dell’attività con una nuova tranche nordamericana di questo lungo giro di concerti varato il 15 febbraio scorso da Vancouver; 115 show in tutto che lo terranno sulla strada fino ad ottobre con una media di quattro repliche a settimana che a 65 anni suonati rappresentano un bel ruolino di marcia anche per uno spirito tantrico come il suo. In scena lui e (spesso) il figlio Joe Sumner, il chitarrista Dominic Miller e il figlio Rufus, alla seconda chitarra. Ai cori The Last Bandoleros, mentre alla batteria è seduto Josh Freese, ben conosciuto per aver suonato con Nine Inch Nails e Guns n’ Roses.

“A proposito di figli, i miei si sono trasferiti tutti in America - dice- Sono tutti abbastanza indipendenti. Ho alzato un bel polverone quando tre anni fa ho dichiarato che non averi lasciato loro alcuna sostanza, solo loro non se ne sono sorpresi perché sanno bene come la penso; ciascuno deve farsi strada a suo modo. Anche se ho cercato di dare a tutti la miglior educazione possibile per affrontare la vita. I miei genitori non avevano niente da offrirmi e sono orgoglioso di aver fatto fortuna regalando gioia alla gente. Voglio che i miei figli un giorno possano essere grati alla vita come lo sono io”.

Il repertorio dello show in Piazza Sordello è concepito per accontentare un po’ tutti i palati; i pezzi dei Police sono una decina, dall’iniziale “Synchronicity II” a “Walking on the moon” o “Next to you”, ma anche nella scelta dei pezzi solisti la logica è quella del “greatest hits”. E c’è pure un omaggio al Bowie di “Ashes to ashes”. “Quando le icone culturali di una generazione iniziano a scomparire, ci atterriamo perché la nostra parte infantile crede nell’immortalità e in particolar modo la vita della rockstar alimenta questa illusione. Poi ad un certo punto tutto finisce perché fra i tanti privilegi concessi a chi è arrivato lì in alto non c’è pure quello di poter cambiare le carte al destino. Nell’ultimo album ho scritto una canzone, ‘50.000’. La eseguo ogni sera assieme all’omaggio a Bowie, anche se penso che certi personaggi non muoiano mai per davvero, ma si dissolvano in lontananza”.