Garlasco, 17 dicembre 2015 - «Come sta mio figlio? Sta come può stare un ragazzo che non ha fatto niente ed è in galera». Elisabetta Ligabò è appena uscita dal carcere di Bollate, si prepara a risalire sulla Dodge Journey grigia guidata da uno dei parenti che in questi giorni la ospitano in Brianza. La madre di Alberto Stasi è provata, il viso segnato dall’ansia e dalla tensione, ma fa appello a ogni possibile energia, alle risorse più nascoste.

È il suo primo incontro con il figlio da quando Alberto si è costituito in carcere, accompagnato dall’avvocato Giada Bocellari. Era mezzogiorno di sabato. Mezz’ora prima, nell’aula magna della Cassazione romana, la voce del presidente Maurizio Fumo aveva scandito il dispositivo che confermava la condanna a sedici anni per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, a Garlasco. Poco dopo era giunta la mamma con un cambio di abiti e biancheria, ma il figlio era già stato immatricolato, stava sostenendo le visite mediche: era il detenuto Alberto Stasi.

Elisabetta scende dall’auto poco dopo le nove del mattino. Giaccone beige, jeans blu, porta un borsone e una valigetta, con i ricambi e qualche libro. Libri chiesti da Alberto, che continua a evitare di guardare la televisione per non imbattersi in trasmissioni dove si parla di lui. Alcuni minuti di attesa, mischiata con gli altri parenti, per il disbrigo delle procedure, l’identificazione, i controlli, poi la donna si avvia verso il parlatorio.

Fra madre e figlio è un lungo abbraccio, ancora più forte e prolungato al momento del commiato. Il pianto di entrambi. Le stesse parole, “Cerca di essere forte”, scambiate quasi in simultanea. Trascorrono due ore prima che la madre di Alberto Stasi si faccia rivedere all’uscita. Madre e e figlio vanno incontro al più triste dei loro Natali, reso ancora più doloroso da un ricordo. Nicola Stasi se n’è andato il pomeriggio del 25 dicembre di due anni fa. Un giorno di quell’agosto del 2007, aveva affrontato Alberto, si erano parlati a lungo. Soltanto dopo essersi convinto della sua innocenza, era diventato il suo difensore più strenuo, l’ombra fedele, un padre-leone accanto al figlio nella bufera. L’annullamento della doppia assoluzione, il nuovo processo erano stati un colpo troppo rude, da cui non si era risollevato.