Sirtori (Lecco), 21 settembre 2015 - Di prove non ce ne sono, c’è solo il racconto della sua accusatrice, un’alunna delle elementari, e di sua madre che già in passato aveva tentato di inguaiare altre persone per lo stesso motivo. Eppure Samuele Corbetta, cooperante di 34 anni di Sirtori in Guatemala, è stato condannato a otto anni di carcere per l’infamante reato di abusi su una minore e già da due anni sta scontando la pena in una prigione del posto. I medici che hanno stilato i referti sulla presunta vittima hanno escluso tale eventualità, come molti testimoni. I giudici tuttavia non ne hanno tenuto conto. Che il processo sia stato una farsa e che presenti molte irregolarità lo hanno riconosciuto anche i magistrati della Suprema corte, che hanno accolto il ricorso presentato dai legali del brianzolo, il quale tuttavia da otto mesi attende che si pronuncino, quando normalmente impiegano otto giorno per esprimersi.

Fortunatamente per ora si trova in una struttura protetta una cella due metri per due, con un corridoio e un piccolo giardino, dove può lavorare per mantenersi perché per il cibo, i vestiti e tutte le altre necessità deve arrangiarsi da solo. Il rischio tuttavia è che possa essere trasferito in un penitenziario normale. «Lì non durerebbe a lungo, gli farebbero certamente la pelle - raccontano disperati e terrorizzati papà Roberto di 64 anni e mamma Emiliana di 62, che appena possono fanno la spola per andarlo a trovare, nonostante i costi del viaggio -. Bisogna assolutamente riportarlo a casa». L’ambasciatore italiano Fabrizio Pignatelli si sta adoperando per trovare una soluzione, come i funzionari della Farnesina, ma la mancanza di accordi bilaterali complica il tutto. Anche l’allora ministro degli Esteri Emma Bonino si era occupata del caso, ma la situazione è ancora lontana dallo sbloccarsi.

«Sappiamo che la situazione è complicata ma chiediamo uno sforzo implorano i genitori -. Sono stati salvati tanti ostaggi e sono stati rimpatriati tanti detenuti italiani all’estero, perché lui no? Per noi è un incubo, non dormiamo più, non viviamo più, vogliamo solo che venga portato via da lì». Le porte dell’inferno per Samuele Corbetta si sono spalancate nell’estate 2012, quando una bambina di una scuola di San Lucas - un centro di 17mila abitanti nell’entroterra del Paese centroamericano - dove il brianzolo si era trasferito nel 2005 per operare gratuitamente come volontario per una congregazione religiosa, lo ha accusato di violenza. Lui era talmente convinto di uscirne pulito che ha deciso di restare in Guatemala, in quella che considerava la sua nuova patria. Invece, il 4 luglio 2013 è stato emesso il verdetto di colpevolezza.

«Per noi è finito in un gioco più grande di lui per questioni che non lo riguardano, le prove a discarico sono state volutamente ignorate», spiegano i genitori mostrando il voluminoso incartamento con le trascrizioni delle varie udienze. Ma a loro ormai non interessa nemmeno più che venga proclamato innocente, passerebbe comunque troppo tempo tra altri appelli e ricorsi: «Vogliamo solo che qualcuno lo riporti da noi, in fretta, sano e salvo, prima che sia troppo tardi». Samuele da parte sua cerca di rincuorarli: «Me la cavo, non vi preoccupate, vedrete che andrà tutto bene», li rassicura ogni volta che scrive o li sente al telefono. Ma anche lui, un inguaribile ottimista che pure dietro le sbarre si adopera per aiutare gli altri, comincia ad avere dubbi e spera di rientrare dal Guatemala, per il quale ha lasciato tutto, casa, familiari, amici, affetti, un lavoro sicuro e che si è trasformato nel suo incubo quotidiano a occhi aperti.