Varese, 14 gennaio 2018 - «Io chiedo a chi leggerà questa lettera di proteggere mia mamma e mio papà e mio fratello dai satanisti e i mafiosi perché io di loro ho paura e purtroppo per la mia ingenuità e sprovveduta attenzione da qualche tempo ne verrò ucciso». Una lettera disperata, come un messaggio in bottiglia, con l’indicazione precisa della data “mercoledì 7/4/1999” e perfino dell’ora “h. 10.59 p.”. La scriveva Pietro Guerrieri, operaio e tatuatore di Brugherio, il massiccio “Wedra” delle Bestie di Satana. I suoi terrori non si sono avverati. E’ vivo e libero. È stato l’unico che al processo si sia abbandonato, in lacrime, a una dichiarazione di pubblico pentimento, l’unico a risarcire le famiglie di Fabio Tollis e Chiara Marino. È stato il primo a recuperare la libertà, nel maggio del 2012, dopo avere scontato sette anni della condanna a dodici anni, 7 mesi e 20 giorni e avere trascorso un anno in prova in una comunità in Toscana. È tornato a vivere a Brugherio, con la madre, e dichiara di non avere nulla da dire. 

Libero dallo scorso ottobre anche Mario Maccione (“Ferocity”), quello che si vantava di essere il medium della sgangherata setta annidata nella brughiera varesotta, il miglior amico di Fabio, uno dei suoi killer nella terribile notte del 17 gennaio 1998. Nel carcere di Bollate ha confezionato un cd musicale e si è raccontato in un libro, “L’inferno fra le mani”. Nicola Sapone (“Onussen”), l’idraulico di Dairago condannato come il braccio esecutivo, sconta un doppio ergastolo per l’omicidio di Chiara e Fabio e per quello di Mariangela Pezzotta. Ha sempre negato la sua partecipazione alle efferatezze delle Bestie per definirsi invece vittima di “Isidon”, Andrea Volpe, il “pentito” della vicenda. «Mio figlio - dice Paolo, il padre - nel carcere di Padova ha lavorato per un paio d’anni in un call center. Si è diplomato in ragioneria e poi si è iscritto a filosofia. Giovedì ha sostenuto un esame con 30 e lode, fra qualche mese la laurea. È successo quello che è successo. Senza logica, senza un perché. Di Nicola mi sento di dire soltanto che gli ho creduto dal primo momento. L’ho cresciuto da solo, come ho fatto con l’altra mia figlia. L’ho avuto sempre sotto controllo».

“Paolo Ozzy Leoni” è un gruppo pubblico su Facebook con 475 membri. All’interno la pagina “Cercasi verità by Ozzy”. Mai presente quando è scorso il sangue, è stato condannato al carcere a vita perché giudicato il leader ideologico del gruppo. È detenuto a Sanremo. Carla, la mamma, non lo accetta e si abbandona a un lungo sfogo accorato: «Mio figlio va avanti con la musica, la sua passione per il rap. Lavora, costruisce serramenti. Sono sicura della sua innocenza. Quelli che hanno ucciso o hanno partecipato sono fuori o lo saranno fra poco, mio figlio è dentro. Sono serena. Spero che venga fuori la verità, spero di vederlo libero prima di chiudere gli occhi. Non era una satanista, aveva la camera nera, ma non è mai stato un satanista, come non lo è mai stato mio marito. Capisco il dolore dei genitori che hanno perso un figlio. Ma anch’io non ho più il mio, dopo che mia figlia è mancata più di ventun anni fa. Paolo ha perso tutta la sua giovinezza, gli anni più belli. E’ entrato in carcere a 27 anni e a febbraio ne compirà 41. 

Sono quattordici anni che è detenuto. Quattordici Natali senza vederci. In tutto questo tempo non ha avuto neanche un’ora di permesso. Perché? Perché è Paolo Leoni, il cattivo. Lui si sfoga con me: ‘Non dico uscire, ma un’ora di permesso, giusto il tempo di una pizza’. Ha fatto tre domande, tutte respinte. Ho 71 anni e sono stanca, il viaggio da Corsico a Sanremo e ritorno ogni quindici giorni mi pesa. Vado avanti per Paolo. Perché ogni quindici giorni lo posso stringere fra le braccia. Anche se mi costa quando devo salutarlo e andare via».