Sono passati vent’anni dai delitti del gruppo di satanisti che seppellirono nella terra della brughiera varesina Chiara Marino e Fabio Tollis. Il papà-segugio che fu fondamentale nella scoperta degli omicidi ora lancia un appello: mai visti i soldi stabiliti dalle sentenze

Cologno Monzese (Milano), 13 gennaio 2018 - «Nessuna somma di denaro può ridarmi mio figlio. Non venderei mai la vita di Fabio per soldi. Ma a parte i 17mila euro dalla famiglia di Pietro Guerrieri, in questi anni non ho visto un centesimo, né dalle persone condannate per l’omicidio di Fabio, né dallo Stato. A questo punto sono stanco, scoraggiato. Dico basta. Non ho più le forze per sbattermi. Però, se un’associazione vuole aiutarmi, io sono qua». Per la prima volta affiora una crepa, emerge un cedimento in quest’uomo piccolo, compatto, il padre-detective che, dopo essere rimasto a lungo inascoltato, ha consegnato alla legge quelli che sono stati condannati come gli assassini di suo figlio. A vent’anni dalla notte del 17 gennaio 1998 quando vennero massacrati suo figlio Fabio, 16 anni, studente di Cologno Monzese, e Chiara Marino, impiegata diciannovenne di Corsico. Per sei anni una buca nella brughiera di Somma Lombardo fu la loro tomba. Era l’inizio delle truce epopea delle Bestie di Satana.

Signor Tollis, come sono stati questi vent’anni?
«È come se fosse successo ieri. Togliendoci Fabio, ci hanno tolto tutto, il bastone per la vecchiaia, i sogni. Siamo ancora choccati. Ci sono momenti in cui con mia moglie ci guardiamo imbambolati. Basta un ricordo, una fotografia e scatta il pianto. Eravamo una famiglia felice, noi genitori, i due figli più grandi e Fabio, il piccolino di casa. Ci hanno strappato tutto. Penso che sia la stessa cosa per le famiglie di quelli là. Con la differenza che qualcuno ha già riavuto suo figlio, altri presto o tardi lo riavranno. Noi non rivedremo più il nostro».

Parliamo dei risarcimenti.
«All’udienza preliminare l’avvocato di Guerrieri ha consegnato un assegno di 17mila euro a noi e uno ai Marino. Non ho visto nient’altro. Nessuna cifra ci può restituire quello che abbiamo perduto. Qualcosa che si chiama figlio. Era una questione di giustizia. C’erano sentenze, sentenze in nome del popolo italiano, che stabilivano i danni morali e materiali da liquidare in un giudizio separato, la rifusione delle spese processuali, provvisionali molto pesanti. Ho sbattuto la testa dappertutto, con il sostegno, anche psicologico, dello studio dell’avvocato Emilio Beretta. Le raccomandate tornavano indietro, non venivano ritirate, oppure il destinatario risultava irreperibile».

E lo Stato?
«Abbiamo visto che le cose andavano così. In più, le persone condannate risultavano nullatenenti. Così, nel 2016, con l’avvocato Beretta abbiamo inoltrato una richiesta alla presidenza del Consiglio di indennizzo rifacendoci alla normativa a favore delle famiglie delle vittime della mafia. Sostenevamo la tesi che le Bestie di Satana potevano essere equiparate a un gruppo mafiosi. La risposta è stata che la legge è del 1999, mentre mio figlio è morto nel ‘98. Allora abbiamo chiesto l’applicazione della direttiva della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 30 gennaio 2014 per le vittime di reati violenti. Ci hanno riposto che l’indennizzo può essere corrisposto quando il reato è avvenuto in uno Stato diverso da quello in cui risiedeva la vittima». 

Il cerchio si è chiuso o ci sono ancora Bestie fuori dal serraglio? 
«Ci sono, ci sono. Quantomeno sono tuttora in circolazione persone del vecchio giro. Conoscevano gli arrestati. Impossibile che ignorassero quello che era successo».

Lei ha espresso più volte il desiderio di incontrare Elisabetta Ballarin, l’ultima compagna di Andrea Volpe, il “pentito” della vicenda. 
«È libera. Vorrei parlarle. E guardandola dritto negli occhi vorrei vedere il suo pentimento e augurarle di mantenere il suo impegno».