PARLA FRANCESCO RENGA

"Porto a Sanremo
la voglia di Bellezza"

Il cantautore in gara con un brano esplosivo: "Un sentimento furioso e nobile"
 

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Brescia, 26 gennaio 2012 - La sua bellezza è. Punto. Raro è l’ascolto che ti trasmette, nel suo piccolo, un’emozione assoluta, estetica e mentale. La canzone che Francesco Renga porta a Sanremo ha questa perfezione sferica ma rotola come una vecchia pietra del rock. E dove finisce il magnifico lavoro di Francesco, Diego Mancino e Dario Faini, inizia la produzione di Fabrizio Barbacci, che ci riporta alle radici elettriche e melodiche dei Timoria.

L'appuntamento è a Brescia in trattoria, cucina di territorio, e si va subito al centro del bicchiere. «Non parlo di Ambra (ho scritto solo una canzone per mia madre e una per mia figlia) - chiarisce Renga -. Volevo raccontare una bellezza oggettiva e filosofica, furiosa e nobile, lontana dalla volgarità di quella che viene quotidianamente spacciata e non è. È anche la scelta di portare al festival la voglia di bellezza in un momento di tristezza sconfortante, di paura e disagio. Di prevalenza del brutto in ogni sua declinazione. È quella salvifica (senza dover citare “L’idiota” di Dostoevskij), improvvisa e destabilizzante, che sposta e muove tutto dentro di noi. Dopo i 40 anni va colta e vissuta, assecondata ad ogni costo. Non è più il tempo di aspettare, la devi pretendere, anche se può ferire o confondere. Nei tuoi 43 anni responsabili, con una moglie, figli, il lavoro e lo spreed, deve scattare almeno una volta quella cosa lì».

“La tua bellezza” passa dalla rivelazione, molto fotografica, di una donna che si spoglia al senso della vita: «Mentre aspetto che tutto finisca e ti guardo perché sei perfetta, sei la cosa che più mi spaventa, mentre togli il vestito di fretta non rimane che la meraviglia che la tua pelle nuda risveglia». Poi il gioco letterario e testuale: «Sto precipitando amore mio come la pioggia sul tuo viso, come il cielo quando crolla all’improvviso». Stagioni che rotolano come sassi in un torrente, il tempo che avanza, Fino all’aria mobile: «Se la tua bellezza è furiosa e nobile, è qualcosa che assomiglia alla parte migliore di me».

E qui il macho bresciano alza la cresta e snuda gli speroni: «Basta con la storia che le donne sono avanti e noi al palo. Vedo invece una loro parte maschile che lotta con una parte ancestrale: le rende più competitive ma le destabilizza. Se io sto un mese in tour e non vedo mia figlia sto male, ma non ho sensi di colpa che sfociano in atteggiamenti di disagio... Non è equilibrio».


Poi l’ellissi di vento e di fuoco si chiude. «Nella realtà l’amore di coppia è un lavoro (da grandi)». Scivola su un anno orribile e i rumor sulla crisi con Ambra così. «Io non sono più una coppia, sto tenendo insieme una famiglia, che è il valore assoluto. Se io fossi solamente una coppia molte cose non le rifarei. Ma la bellezza arriva a rompere questo schema con la sensazione che qualsiasi cosa può cambiare o sta cambiando. Non è un colpo di fulmine, non è rassicurante. Nella coppia non mi fa star male il tradimento, anche fisico, in sè, ma la delusione, pensare che lei non è come tu pensavi. E allora ti ricordi, se sei onesto, che nememno tu sei come la gente pensa tu sia». Quando la delusione raddoppia, «devi recuperare la fiducia in te stesso, credere di essere ancora quello giusto: per te, per lei, per la coppia. Ti chiedi: cosa ho fatto io per arrivare a questo punto? E il percorso di ricostruzione deve ricominciare da te».

La musica. «Cercavo una terza via fra rock, bel canto e la nostra cultura, penso a Donaggio, Modugno, Battisti nel 2012. A Barbacci ho chiesto di partire dalle chitarre dure, dal suono nostro e dei Coldplay. Siamo il paese della bellezza e io volevo cantare la melodia e quel tipo di scrittura». Uno degli altri due inediti dell’album “Fermoimmagine” (Universal), sempre firmato da Francesco con il grande Diego Mancino e Dario Faini, “Senza sorridere”, continua una parte del discorso. «Mia cara d’oro zecchino, l’amore ... è fuoco che toglie il respiro e brucia al passo di danza, mia cara la nostra coscienza è solo il frutto del peccato (nella speranza che il male fatto sia passato)». Tutto molto bello.
 

di Marco Mangiarotti