Cremona, 7 novembre 2017 - L'allegoria  di un tempo che è ormai scaduto, quando tutta l’umanità si trova di fronte allo specchio della propria anima. Sono alcuni dei temi che caratterizzano la “Fine dei tempi”, l’ultima opera del pittore cremonese Virginio Lini. Un’opera dalla dimensioni imponenti, oltre otto metri per tre, che è costato due anni di lavoro al pittore che ha presentato nel recente passato un dipinto (cinquanta metri di dimensione) incentrato sulle opere di Giuseppe Verdi. “La Fine dei tempi”, esposto fino al prossimo 5 gennaio presso Palazzo Fodri a Cremona, vuole essere il racconto «dell’ultimo istante di vita dell’umanità. Ma è anche il crudo giudizio della contemporaneità e insieme il potente richiamo alla lotta per la sopravvivenza per non lasciare affondare la speranza in una vita che supera il giudizio della storia», come spiega Lini.

Fonte di ispirazione della tela sono due grandi opere del passato, l’affresco della cappella di San Brizio (duomo di Orvieto) di Luca Signorelli e il Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina. «La grandissima differenza con queste grandissime opere sta nella composizione e nella volontà di rappresentare la speranza e il tormento della nostra epoca. Per questo ho scelto di rappresentare l’istante che precede il Giudizio: in quell’istante tutto si ferma, mentre il silenzio assordante dell’umanità si guarda nello specchio della fine», sottolinea l’artista. Nel quadro, al centro della scena, irrompe con inusitata forza la morte, figura rivoluzionaria nella storia dell’arte; guerriera amazzone, con l’elmo del condottiero, passato e futuro si intrecciano nella figura femminile col bastone del comando, guida la carica di una mandria di cavalli nella quale si scorge l’angelo aptero (senza ali) che mostra tra le mani un il libro aperto nel quale ciascuno può leggere riconoscendo, la sua vita passata e più dietro altri due angeli descritti da San Giovanni nell’Apocalisse con le trombe a bocca, chiamano i morti al giudizio dalle quattro parti del mondo. Spicca poi la schiera degli indifferenti, coloro che hanno vissuto nel bene e non temono la morte, mentro sulla sinistra si trovano i benefattori. I volti non sono inventati. Lini ha pescato nella sua contemporaneità e in quella della città di Cremona per trovare i «modelli». Così il cavaliere Arvedi, il magnate dell’acciaio, filantropo e magnate cremonese, guida metaforicamente i benefattori.