Cremona, 7 ottobre 2017 - Respinti i ricorsi delle difese e condanne confermate per le uccisioni di animali al canile comunale di Cremona. La Cassazione ha reso definitiva la sentenza pronunciata il 13 aprile di un anno fa dalla Corte d’appello di Brescia: un anno e 3 mesi per Cheti Nin, all’epoca vice presidente dell’Associazione zoofili cremonesi, che in base ad una convenzione con il Comune aveva in gestione il Rifugio del cane di via Casello; nove mesi per ciascuna delle due volontarie, Elena Caccialanza e Laura Gaiardi. 

A tutte era stato concesso il doppio beneficio della sospensione condizionale della pena e della non menzione. In primo grado, nel febbraio del 2015, il tribunale di Cremona aveva condannato Cheti Nin a due anni e 2 mesi di reclusione e le due volontarie a un anno e 3 mesi ciascuna. Le tre imputate sono state giudicate colpevoli delle uccisioni di cani e di intere cucciolate attuate «con crudeltà» e «senza motivo» attraverso i farmaci eutanasici Tanax e Penthotal Sodium e di esercizio abusivo della professione veterinaria per la somministrazione dei farmaci e per avere vaccinato gli animali e rimosso punti di sutura. L'Appello bresciano aveva assolto Cheti Nin, difesa dall’avvocato Ennio Buffoli, dall’accusa di avere soppresso Matisse, un cucciolo di Labrador, e due pastori tedeschi, proprietà di due fratelli che li avevano affidati al canile. Altri episodi sono finiti sotto la scure della prescrizione. Per le parti civili, risarcimento di 10mila euro alla Lega nazionale per la difesa del cane, l’unica associazione animalista ammessa come parte civile in secondo grado a Brescia. Non erano stare invece ammesse le costituzioni di Enpa, Oipa Italia e Anpana, che nel processo a Cremona avevano ottenuto 2.500 euro a testa. Tre sentenze in tre anni, un record per i tempi della giustizia. Un esposto presentato nel 2008 aveva fatto da innesco alle indagini.

I fatti erano avvenuti fra il 17 agosto del 2007 e il 3 marzo del 2009, quando si erano materializzati i carabinieri del Nas, che avevano messo sotto sequestro la struttura. I militari avevano rinvenuto nelle celle frigorifere 33 carcasse di animali sulle quali il veterinario Rosario Fico, della sezione di Grosseto dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Regioni Lazio e Toscana, aveva effettuato l’autopsia. Era risultato che 12 cani e due gatti erano stati eliminati con iniezioni di Penthotal, analgesico non registrato in Italia come eutanasico ma impiegato come tale. Secondo Fico si trattava di soppressioni del tutto immotivate. «Uccisi - scriveva infatti la perizia - senza senza che i cani manifestassero patologie tali da giustificare la loro soppressione». La perizia aveva svelato ecchimosi, ematomi, emorragie, segni lasciati da maltrattamenti costanti. Dalle indagini era emerso come nel canile avessero «dichiarato il falso sulle cause della morte di altri animali» e come i cani «risultavano essere stati soppressi, in molti casi, senza una motivazione legittima e dopo aver subito un traumatico contenimento fisico». Erano venuti a galla storiacce raccapriccianti, da lager per gli animali, come quella di cinque cani, tra cui un cucciolo, che sarebbero morti per sbranamento.