Milano, 22 novembre 2014 - Inizia tutto da un gamberetto, il pesce più mangiato al mondo. E dal suo “guscio” o meglio, dal suo esoscheletro, da cui si estrae la chitina. Ovvero la seconda macromolecola più diffusa sulla Terra, dopo la cellulosa. Trattata in laboratorio, la chitina diventa il polimero chitosano. E qui entriamo nel vivo dell’avventura. Perché se nel chitosano il consumatore si imbatte da anni, tra farmaci e cosmetici, l’ultima scoperta sono le sue applicazioni in campo tessile. Succede dalle parti di San Fermo della Battaglia, balconi affacciati su Como e sul suo lago. Qui ha sede dal 1966 la tessitura Canepa: seta, cachemire, lana, cotone, lino e canapa, 750 dipendenti, un fatturato di cento milioni di euro nel 2013, con un margine operativo lordo dell’11%. Il gruppo ogni anno sforna tre milioni di metri quadri di tessuto, che diventano sciarpe, cravatte, costumi da bagno e stoffe per l’arredo, spesso con sopra impresso il marchio dei colossi internazionali del lusso. Come le concorrenti dell’industria tessile però, la Canepa ha un problema: quello di fare un lavoro che inquina. Tanto per fare un esempio, servono 300 litri di acqua per produrre un metro di jeans. E le leggi sono sempre più severe.

Così, quattro anni fa, la divisione ricerca e sviluppo avvia il progetto «Save the water - Kitotex». Ovvero, per tornare all’inizio della storia, sperimenta gli effetti del chitosano sui tessuti, in tandem con l’Istituto per lo studio delle macromolecole presso il Cnr di Biella. L’investimento è di cinque milioni di euro. «L’unico modo per tenere la produzione in Italia è la qualità – sottolinea Alfonso Saibene Canepa, manager e rampollo delle due famiglie che controllano la società –. Questo è un modo per rimanere in un contesto legislativo sugli scarichi industriali che sarà sempre più stringente. Noi lo dobbiamo anticipare». «Noi siamo stati la prima azienda tessile al mondo ad aderire al programma Detox di Greenpeace, per eliminare le componenti tossiche dalla nostra filiera produttiva», incalza il presidente, Elisabetta Canepa.

Gli studi aziendali evidenziano che il chitosano riduce del 90% i consumi di acqua ed energia nel trattamento dei tessuti; abbatte l’impiego di prodotti chimici e tossici, come la metacrilammide; riduce i tempi di lavorazione della seta, da sette a quattro ore. E il consumatore sente al tatto un tessuto più morbido, una lana che non infeltrisce. I capi hanno proprietà antibatteriche, antiacaro e sanificanti. «Si lavano a 30/40 gradi», spiegano dall’azienda. Canepa ha siglato acccordi di licenza con la Albini di Bergamo, per la camiceria; con la Cariaggi, che produce lana e cachemire; con Drago, per i capispalla da uomo; infine con la Italdenim, di Inveruno, che fa jeans. «La concorrenza sul tessuto con India, Turchia e Pakistan è spietata – commenta Roberto Tedeschi, general manager di Italdenim –. Ma per stare su questo mercato la sostenibilità è vincente. Presenteremo in questi giorni alla fiera di Barcellona i primi jeans trattati con il chitosano». Il gruppo inoltre investirà in uno stabilimento nel Leccese, sviluppato insieme alla Tessitura del Salento srl. E alla base Nato di Solbiate Olona (Varese), l’esercito valuta una commessa per rinnovare le divise. Mentre l’operazione chitosano entra nel vivo, si pianifica anche il futuro del gruppo: quotazione in Borsa o apertura della stanza dei bottoni a un socio industriale, queste le opzioni sul tavolo delle famiglie Canepa e Saibene.

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