Musso, 15 luglio 2017 - Nello sport come nella vita, le rivincite spesso sono più belle delle vittorie. La fatica, il dolore e l’agonismo che è spinto anche da un pizzico di rabbia rendono più umano il gesto del campione e la vela non è un’eccezione. La barca che stramba e scuffia, le vele che si gonfiano e le cime che si tengono, la schiuma delle onde che ruggisce fino a diventare accecante, poi la vittoria all’ultimo secondo, sul filo del traguardo.

Emozioni che Meco Lillia conosce bene, lui che la passione per la vela l’ha ereditata dal fratello Gianni e l’ha trasmessa a Stefano, suo figlio, costruendo nel mezzo insieme ai suoi operai e i maestri d’ascia una delle barche più vincenti del mondo. E’ un guscio di noce la Star, eppure questa barca è sempre la palestra dei campioni che poi vincono la Coppa America e dominano le regate internazionali, i maghi del vento capaci di prevedere l’imprevedibile. Per questo nel mondo della vela pronunciare il nome Lillia è come dire Ferrari in Formula Uno.

Era da dieci anni che la leggenda si era fermata e le coppe e i trofei prendevano polvere in bacheca, colpa non dello sport ma della denuncia presentata da un vicino per presunte irregolarità del cantiere nautico. Ci sono voluti sei anni a Meco e Stefano per dimostrare che tutto era in regola, «assolti in tutti e tre i gradi di giudizio e con formula piena» recitano come se fosse la loro vittoria più grande, ma anche così rimettersi in piedi sembrava un’impresa.

Con il cantiere sequestrato per oltre un anno hanno perso almeno due Olimpiadi, loro che erano abituati a portare a casa Oro, Argento e Bronzo visto che le loro barche erano richieste dalle nazionali più titolate.

«A Londra abbiamo venduto appena un paio di remi», ricorda amaro Meco, che però nei giorni scorsi ha avuto la sua rivincita. «I norvegesi Eivind Melleby e Joshua Revkin hanno conquistato il mondiale Star di nuovo a bordo di una Lillia». Il titolo più importante è tornato a casa, a dieci anni esatti dall’ultima vittoria nelle acque di Cascais, in Portogallo, quando al timone c’erano i brasiliani Scheidt e Prada.

«Pensare che quella barca l’abbiamo prodotta nel 2008 – sorride Meco – prima di tutti i guai che ci sono capitati. Nelle prossime settimane vogliamo incontrare Melleby e Revkin per complimentarci con loro. Adesso che il cantiere ha ripreso la produzione abbiamo tante idee nuove e non vediamo l’ora di poterle testare con dei campioni come loro. Questi anni sono stati durissimi, abbiamo rischiato il fallimento per colpa di accuse infondate, purtroppo in Italia può capitare anche questo. Ringrazio Stefano e Francesco, i miei figli, senza il loro aiuto non avrei trovato la forza di lottare e adesso devono essere loro a raccogliere il mio testimone nel mondo della vela e negli affari».