Milano, 27 settembre 2017 - C'è un circolo per anziani a Paderno Dugnano, nel Milanese, che, suo malgrado, è diventato famoso. In quel circolo intitolato alla memoria di Falcone e Borsellino si svolse un summit di mafia. Ieri nell’ennesima operazione contro le infiltrazioni della ’ndrangheta al Nord è stato arrestato l’ultimo dei partecipanti a quel vertice. Questa nuova inchiesta mette in evidenza, ancora una volta, come la ’ndrangheta non si sia solo più infiltrata al Nord, ma come faccia parte ormai del tessuto sociale. Che sia la Liguria, la Lombardia o il Piemonte poco importa.

Gli anticorpi contro i clan sono spariti da tempo e sempre più spesso si ragiona con le stesse logiche dei feudi ’ndranghetisti al Sud. «Vogliono fare Milano come San Luca», è una delle tante intercettazioni trapelate ieri. Molte inchieste, purtroppo, dimostrano che i boss ci stanno riuscendo. Ed è ancora più sconfortante che tutto questo accada venticinque anni dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, quando la Sicilia (e non solo) di fronte a cotanto orrore ebbe un sussulto: un fremito di speranza contro quell’omertà che Falcone definiva mutismo proverbiale. Quella stessa omertà che viene ora evocata dai magistrati al Nord. Un quarto di secolo dopo, a ogni commemorazione, il cuore dell’Italia, come cantava De André, sembra sempre gonfiarsi di un coro di vibrante protesta, mettendo in guardia tutti su come le mafie non abbiano perso il loro potere, pur sparando sempre meno. Ma poi la protesta resta solo vibrante (quando va bene). E la realtà, purtroppo, dice tutt’altro.