Milano, 18 giugno 2017 - «Ammazzarsi di lavoro»? Per la Cassazione, al datore di lavoro tocca addirittura risponderne. Sentenza solo apparentemente choc è, allora, la condanna risarcitoria della Asp di Enna al ristoro del pregiudizio subito dai congiunti per il superlavoro come «concausa» della morte di un radiologo, ucciso da turni e condizioni operative massacranti. Nella logica giuridica, come nella guida su ghiaccio, la soluzione giusta è talora l’opposto di quella intuitiva. Il medico stakanovista non si era mai lamentato? Ma il diritto alla salute o alla vita è indisponibile; e lo sono poi, comunque, i diritti del dipendente. Quasi cent’anni orsono, il giurista Carnelutti teorizzava l’obbligo di «restituire integro a se stesso» il lavoratore. «Non vale» accettare straordinari, turni o situazioni operative disumani e invalidanti, così come «non vale» sottoscrivere l’accettazione della frusta come sanzione disciplinare. La invalidità del consenso prestato in costanza di rapporto di lavoro, permette di chiedere, poi, ogni indennizzo o risarcimento dovuti. Basta la mera «concausa» a rendere responsabili? La causalità giuridica è figlia della causalità logica; che è pilastro della nostra cultura. Non esiste mai «la causa» unica, bensì sempre e solo le concause; fra le quali la legge seleziona quelle responsabilizzanti. Nel nostro caso, per la Cassazione, il ruolo della concausa «supermenage fisico o psichico» da iperlavoro è così incidente da non poter essere eliso da pur rilevanti concause concorrenti, quali «un’eventuale predisposizione costituzionale del soggetto». Ma come la mettiamo quando il workaholic, imprenditore o professionista, è datore di lavoro di se stesso? Se si consuma o ci resta secco, nessuno indennizza o risarcisce. Padrone del proprio destino? Spesso, schiavo del proprio lavoro. Talora, tanto avido da sottoscrivere il monito di Lucy a Charlie Brown: «A cosa serve la felicità se non dà i soldi?».