Milano, 13 febbraio 2018 - Le divisioni sull’antifascismo hanno fornito l’ennesima conferma della frattura tra una sinistra post-ideologica e una sinistra ancorata a vecchi cliché. La frammentazione di quell’area politica non aiuta la corsa di Giorgio Gori, che deve fare i conti con una serie di insidie. Anzitutto l’election day, vale a dire la coincidenza tra voto nazionale e voto regionale, toglie spazio ai temi regionali e alle proposte per il territorio, e sposta il baricentro della campagna sulle questioni nazionali, trascinando il consenso verso i partiti antigovernativi, che nei sondaggi appaiono favoriti: Cinque Stelle e coalizione di centrodestra. L’elettorato di centrodestra, che di solito si astiene più di quello di centrosinistra, sarà maggiormente invogliato ad andare a votare il 4 marzo, perché annusa la possibile vittoria e tenderà dunque ad esprimere una preferenza in quella direzione, sia per il Parlamento che per il Pirellone. Questa tendenza sottrae spazio di manovra a Giorgio Gori che, con alcune sue dichiarazioni “sdolcinate” sull’ex governatore lombardo, Roberto Formigoni e su Marcello Dell’Utri, sperava di sfondare al centro e di aprire crepe nella coalizione avversaria, pescando anche nell’elettorato azzurro e giocando sulla rivalità tra Forza Italia e Lega.

Gori aveva avviato con largo anticipo la sua campagna elettorale, sapendo di dover fare la corsa sull’uscente Roberto Maroni, la cui riconferma sembrava assai probabile. Si è ritrovato di colpo un altro avversario e il cambio di cavallo nel centrodestra sembrava aprire nuovi scenari, anche per il centrosinistra. Ci hanno pensato gli “scissionisti” antirenziani di Liberi e Uguali a frenare lo slancio del sindaco di Bergamo, contrapponendogli un candidato come Onorio Rosati, consigliere regionale ed ex sindacalista Cgil. Lo strabismo del partito di Pietro Grasso, che nel Lazio ha accettato di appoggiare il presidente uscente, Nicola Zingaretti, in prospettiva un antagonista temibile per Matteo Renzi, mentre in Lombardia ha preso le distanze da Gori, si spiega solo con l’obiettivo di indebolire l’ex premier, azzoppando il suo candidato alla guida del Pirellone. Quest’ultimo è sostenuto da una serie di liste civiche, ma non è detto che alla fine lo schema della polverizzazione del consenso gli giovi. E poi il paradosso è che Gori parlava molto di più di temi lombardi all’epoca del referendum sull’autonomia, qualche mese fa, che non oggi. La colpa non è solo sua. L’agenda dei temi è sempre più romanocentrica.