Milano, 4 ottobre 2017 - Tre potevano essere le posizioni di Mdp & soci e tre sono state: a favore del Def, contro il Def, e a metà, un po’ a favore e un po’ no. Insomma, il trionfo del dalemismo portato alle estreme conseguenze, con un che di democristianissimo contorcimento, fino all’esasperazione dell’annullamento nichilistico. È davvero astrusa, almeno all’apparenza, la decisione finale sul documento di politica economica del governo della costituenda sinistra-sinistra di D’Alema-Bersani-Pisapia & co. Dentro vi si intravedono tutti gli ingredienti del politicismo personalistico fine a se stesso: l’ostilità assoluta dell’ex lìder maximo verso il Pd di Matteo Renzi e tutto quello che lo incarna; l’ambiguità debole e fragile dell’ex sindaco di Milano; l’eclissi del bersanismo di lotta e di governo; la furbizia un po’ ricattatoria di chi lega le scelte sulla manovra alla sorte della legge elettorale e, dunque, al destino delle regole per la salvaguardia delle proprie poltrone.

Il risultato non è né l’assunzione di una limpida (per quanto controversa e macerante) responsabilità rispetto alla stabilità dei conti pubblici del Paese né la bocciatura netta e secca di una politica economica non condivisa, con conseguente ricorso all’esercizio provvisorio del bilancio. No, il risultato è la scissione della scissione, insieme con la probabile condanna all’irrilevanza elettorale per incomprensibilità della proposta: un favore inaspettato all’attuale e ‘odiato’ numero uno del Nazareno. Ma anche l’esito, forse inevitabile, di un tentativo di alleanza che si è trascinato per mesi nella palude dei distinguo e delle sabbie mobili: basti pensare ai continui posizionamenti e riposizionamenti di Pisapia. Così, alla prima, vera, prova da sforzo, il pre-sodalizio è andato in frantumi. E quel che di ‘divertente’ resta del giorno è l’ex viceministro Filippo Bubbico che a mezzogiorno lodava il Def e alle cinque si è dimesso.